Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Intervista al direttore dell'Istituto Zooprofilattico di Abruzzo e Molise, Prof.Vincenzo Caporale

Fabiana Calsolaro

Professor Caporale, essendo l'Italia più importatrice che produttrice di carne suina, e nonostante rassicurazioni da più parti, qual è il rischio reale per quanto riguarda i maiali alla diossina? I livelli di rischio nel nostro Paese sono modesti, sia per quanto riguarda la carne suina che quella bovina. Non c'è dubbio che l'allerta comunitario sia un elemento di garanzia e dimostra che il sistema dell'Unione Europea funziona. È vero che l'Italia è un importatore netto di carne suina e anche di suini vivi, come di carne bovina, ma importa maggiormente da Olanda, Germania e Belgio.

Ci sono realtà territoriali più a rischio? In Abruzzo, per esempio, che rischio c'è?Le realtà più a rischio, ma sempre in linea generale, sono quelle dove maggiormente si consuma e trasforma carne, ovvero le grandi città del nord. L'Abruzzo, sulla base di quanti siamo e di quanta carne importiamo, non è una realtà a rischio.

L'istituto zooprofilattico fornisce un servizio di consulenza e di assistenza agli allevatori sulle malattie infettive: ci sono state richieste sul fronte della diossina? Da dove? Noi, come Istituto Zooprofilattico di Abruzzo e Molise, siamo il centro nazionale di referenza del Ministero della Salute, cioè effettuiamo controlli richiesti dal Ministero. Per quanto riguarda le carni suine non è ancora arrivato nulla su cui effettuare esami, ma essendo la contaminazione una certezza, è automatico che le partite di carne suina siano state sequestrate e siano già fuori dal mercato. Effettueremo, invece, esami sulla carne bovina, visto il dubbio che anche questa sia a rischio, per capire se effettivamente c'è stata una contaminazione anche qui.

L'Europa è stata scossa più volte, nell'ultimo decennio, dall'inquinamento degli alimenti dovuto alla diossina: i polli e le uova nel 99 (contaminazione partita dal Belgio) poi nel 2003 l'allarme sui mangimi prodotti in Germania, e nel 2006 polli e suini tra Olanda, Belgio e Germania. E ora i maiali irlandesi. Ma i controlli si sono mai intensificati? Come si può, se si può, evitare che cose di questo tipo si ripetano?Si tratta di una contaminazione evidentemente non voluta, di un incidente appunto, diverso da quello che è successo in Campania dove la contaminazione dipendeva da inquinamento ambientale. Intendo dire che incidenti di questo tipo sono insiti ai processi di lavorazione, alla produzione industriale degli alimenti, dove c'è un margine di rischio.

Allora se il problema non può essere evitato con certezza alla base, è necessario farlo aumentando i controlli sul prodotto finito prima dell'importazione e della messa sul mercato?No, questo non è possibile, anzi è proprio vietato dalle leggi comunitarie da quando esiste il mercato unico. Una delle basi del mercato unico infatti è proprio che ciascun paese fa i controlli sui propri prodotti, e questi controlli devono essere accettati e dati per buoni dai paesi membri come se fossero stati fatti nel proprio paese.

Insomma il rischio c'è e non si può eliminare, né all'origine né al momento dell'importazione?In qualsiasi sistema di produzione c'è un livello di rischio che è abbassabile in funzione delle precauzioni, ma che è comunque impossibile ridurre a zero. Il bilanciamento sta nella contrattazione tra quanto sei disposto ad accettare come livello di rischio e quanto ad investire nell'aumento delle precauzioni, che ha delle conseguenze, tra cui l'aumento del costo del prodotto finito. È dimostrato che in Europa, e quindi anche in Italia, alla domanda "vuoi maggiori livelli di sicurezza?" il consumatore risponde, ovviamente, si, ma alla domanda "sei disposto a pagare di più l'alimento?" risponde, ovviamente, no. Si tratta di una contrattazione. La decisione è di carattere politico, a livello tecnico se ne può solo prendere atto. Le associazioni di consumatori che adesso urlano all'allarme sono le stesse che hanno fatto gli accordi.