Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

La crisi dei giornali USA: il vecchio ed il nuovo.

Stefano Orlando Puracchio

L’editoria statunitense da anni non se la passa bene. L’entrata in scena delle nuove tecnologie ha rivoluzionato il mercato che si pone sempre più interessato ad internet e sempre meno al prodotto cartaceo. La crisi globale che sta colpendo gli Stati Uniti ha soltanto acutizzato una situazione preesistente d’annegamento del sistema. I tempi in cui il New York Times e gli altri quotidiani potevano tranquillamente pubblicare edizioni elefantiache piene zeppe di inserti e dorsi sono definitivamente finiti. Leggendo i quotidiani italiani degli ultimi giorni, due sono gli esempi che vengono evidenziati per descrivere la crisi editoriale. L’ipoteca dell’esclusivo palazzo del New York Times e la drammatica situazione del gruppo Tribune, con Chicago Tribune ed il Los Angeles Times in testa. Due esempi eclatanti, da analizzare però più nel contesto editoriale che in quello globale. Il New York Times stava compiendo i difficili passi per riuscire ad ammodernarsi. Notizia di pochi mesi fa l’intenzione di voler passare entro tempi relativamente brevi dalla doppia edizione cartacea/on-line alla sola edizione su internet. Problemi rilevanti non ve ne erano, all’epoca. Difatti l’ammontare pubblicitario sul quale poteva contare il giornale della Grande Mela garantiva un passaggio poco traumatico. Se non per le professionalità che sulla carta basavano i loro salari e profitti. Un piano ambizioso, considerano anche la costruzione della nuova sede del giornale, un grattacielo sulla prestigiosa ottava strada, secondo in altezza solo all’Empire State Building. Un piano che la crisi globale sta rapidamente distruggendo. Le aziende devono risparmiare sulla pubblicità ed il NY Times senza introiti pubblicitari non può andare avanti. Come nel gioco Monopoli, sul palazzo del Times è stata posta un’ipoteca per tappare le perdite. Ed al prossimo tiro di dadi, il suo futuro si prospetta decisamente incerto. E senza passare dal VIA. Più complessa e più peculiare è la situazione del gruppo Tribune, a cominciare dal Los Angeles Times. La difficile situazione del giornale californiano non è nata sotto lo spettro della crisi globale ma da più lontano. Circa due anni fa, una discutibile riorganizzazione della struttura interna del giornale unita ad una polemica di alcuni giornalisti circa la gestione del sito web www.latimes.com hanno incominciato a far perdere smalto alla testata. Il Times di Los Angeles ha incominciato a perdere pubblico, entrando in crisi. Nel 2007 il gruppo Tribune, di cui fa parte il giornale, venne acquistato da Sam Zell, un immobiliarista milionario, che dal suo insediamento ha garantito un piano per licenziare 250 dipendenti e di ridurre del 15% le pagine pubblicate. La crisi globale poi ha fatto il resto. I numeri parlano chiaro. NY Times: -3,58% in calo nelle copie vendute a settembre 2008. LA Times: -5,20%. Chicago Tribune: -7,75%. E, ironia della sorte, dal 2009 il prestigioso Premio Pulitzer sarà aperto anche al giornalismo sul web. O meglio, solo a quei giornali che hanno un sito web d’informazione. Carta canta. Il De Profundis.