Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

In pensione alla stessa età? Ok, ma stessi stipendi e opportunità

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Fabiana Calsolaro

Maggiori incassi previdenziali e minor spesa per le pensioni. Il tutto per oltre sei miliardi in più nelle casse dello Stato. È quanto farebbe guadagnare la manovra sulle pensioni rosa proposta dal ministro Brunetta: alzare l'età pensionabile delle donne dipendenti pubbliche a 65 anni, come per gli uomini, sarebbe un buon affare per l'Italia.E perché, si potrebbe obiettare, risollevare l'economia italiana dovrebbe essere compito delle donne? Perché l'Italia è maschio.Ma soprattutto, senza voler per forza infierire contro il maschilismo campanilista, perché la Corte di Giustizia Europea riconosce come discriminatorio che uomini e donne lavoratori pubblici vadano in pensione in età diverse, ma non che non ricevano lo stesso trattamento lavorativo?Una sentenza dell'Alta Corte di Giustizia Europea, infatti, ha dichiarato illegittima perché discriminatoria la norma italiana che stabilisce a 60 anni la pensione di vecchiaia per le donne, mentre per gli uomini è a 65 anni. Il caso trattato riguarda specificamente il pubblico impiego, ma il discorso diventa inevitabilmente di portata generale.Quali i vantaggi dell'innalzamento dell'età pensionabile delle donne a 65 anni? Gli argomenti pro sembrano essere tanti, innanzitutto il recupero del 10% del tasso di occupazione, ovvero 2,5 milioni di posti di lavoro. Insomma, secondo il ministro all'Italia conviene "non sprecare questo enorme serbatoio che sono gli anziani" e recuperare alla vita lavorativa attiva la cosiddetta terza età. Intanto, l'altro serbatoio, quello dei giovani che non trovano lavoro, si svuota perché in tanti preferiscono cercarlo all'estero.Persino la scienza è dalla parte di Brunetta. "E' letteralmente un non senso biologico quello di far andare in pensione le donne a 60 anni e non a 65", dice Roberto Bernabei, geriatra dell'università Cattolica di Roma. Le donne sono più longeve, ricorda il medico, ed è meglio restare sul posto di lavoro poiché "l'attività fa bene al cervello, fa da prevenzione alle malattie degenerative come l'Alzheimer".Ma passiamo agli argomenti contro. Tornando alla nostra Italia maschio, siamo penultimi in Europa per occupazione femminile con il 46,3%: sette milioni di donne in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro, e al sud il tasso di occupazione crolla al 34,7% (dati della Presidenza del Consiglio: Iniziative per l'occupazione e la qualità del lavoro femminile nel quadro degli obiettivi europei di Lisbona).Cambiando i termini della questione: aumentando l'occupazione femminile (non l'età pensionabile delle donne) il Pil del paese ne risentirebbe positivamente.L'OCCUPAZIONE FEMMINILE. Nel marzo 2000, a Lisbona, i paesi europei decisero un piano sull'occupazione femminile, intesa addirittura come volano per l'economia nazionale: se la donna lavora aumenta il reddito familiare e nascono più bambini. Obiettivo: dieci anni dopo, nel 2010, il sessanta per cento delle donne dovranno risultare impiegate, con un lavoro autonomo o dipendente. Era il 2000: nuovo millennio, vita nuova. Utopia. La situazione, a due anni da quella scadenza, è che la media europea si aggira sul 57, 4% e quella italiana è fissa sul 46,3%. Siamo penultimi nell'Europa di 27 paesi membri. Come noi, sotto il 50%, solo la Polonia e la Grecia. GLI STIPENDI. A parità di posizione professionale, nel settore pubblico, una donna percepisce tre quarti dello stipendio di un uomo (dati della Presidenza del Consiglio), e per il lavoro privato le cose peggiorano. "Più in generale, il differenziale retributivo di genere in Italia si attesta al 23,3%" . Lo chiamano "differenziale retributivo di genere" e la discriminazione sarebbe andare in pensione ad età diverse? "In conclusione - si legge nel piano di Lisbona - non sembra che il mercato del lavoro, sia nel pubblico che nel privato, offra alle donne un ambiente che garantisce criteri meritocratici né un'adeguata motivazione. Sicuramente non offre pari opportunità". E la discriminazione sarebbe andare in pensione ad età diverse?POSIZIONI LAVORATIVE. Sempre secondo i dati della Presidenza del Consiglio "nel 63,1% delle aziende quotate, escluse banche e assicurazioni, non c'è una donna nel consiglio di amministrazione". Su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, il 5%. In oltre il 72% dei cda delle banche non è presente neppure una donna. Nonostante il 40 per cento dei dipendenti delle banche siano donne, solo lo 0,36 per cento ha la qualifica di dirigente contro il 3,11% degli uomini. E tutto questo nonostante le votazioni migliori nelle scuole, università e concorsi siano riportate da donne.Un po' più di rosa nelle aziende sanitarie nazionali: sono donne l'8% dei direttori generali, il 9% dei direttori amministrativi e il 20% dei direttori sanitari. Politica: solo il 20% ministre e sottosegretarie, e solo il 17% le deputate. "Lo sbilanciamento di genere riscontrato in quasi tutte le aziende italiane - si legge nella nota della Presidenza del Consiglio - può essere un indicatore di scarsa meritocrazia e di processi di valutazione e promozione poco trasparenti. Le pari opportunità sono in Italia un problema evidente come denunciano le statistiche". E la discriminazione sarebbe andare in pensione ad età diverse?IL LAVORO DOMESTICO E I FIGLI. Non è riconosciuto, non è pagato, né assicurato. È quasi sempre esclusivamente sulle spalle delle donne, e spesso, almeno per il 46% che ha avuto la "fortuna" di trovare un'occupazione, il lavoro domestico si aggiunge al lavoro fuori casa. Per non parlare dei figli e della mancanza di strutture adeguate per consentire alle mamme lavoratrici di tenersi il proprio lavoro, e di poterlo svolgere bene, anche dopo la maternità. E la discriminazione sarebbe andare in pensione ad età diverse?

Come se non bastasse, se l'Italia non si adeguerà alla sentenza europea rischia l'applicazione di sanzioni per somme molto ingenti. Insomma: se le italiane non andranno in pensione più tardi, niente di guadagnato, una multa da pagare...e magari aumentano le malattie degenerative come l'Alzheimer. Tutta colpa delle donne.

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