Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Bullismo. Intervista al presidente del Se.Ra.

Marianna Gianforte

Senza regole, educati a suon di playstation a sfondo violento, lasciati soli dai genitori e abituati a essere sempre i "number one". Sta tutta qui, o quasi, la ragione del diffondersi di un bullismo che è "sempre esistito, ma che oggi è più aggressivo". Lo dice in un'intervista lo psicologo e psicoterapeuta Alberto Annibale, presidente del Se.Ra. ("Senza Rancore"), il Centro studi sui conflitti familiari dell'Aquila.

Un vuoto che si aggiunge a quello, gravissimo, di una famiglia che manca. I genitori dedicano poco tempo ai loro figli, una "disattenzione" che contribuisce al dilagare di comportamenti violenti tra giovanissimi; è accaduto anche in una scuola media di Paganica, una frazione dell'Aquila, lo scorso 13 dicembre, quando una ragazzina di dodici anni è stata vittima di un'aggressione, che sembra avere i contorni di una tentata violenza.

Si attende la fine delle indagini e il pronunciamento della magistratura, ma è polemica sul dilagare di atti di "bullismo" anche nella piccola città capoluogo d'Abruzzo.

Alberto Annibale insegna anche mediazione familiare alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Teramo. È spesso ospite degli studi televisivi di alcune emittenti locali, da cui è consultato proprio sul bullismo e sulle problematiche legate ai conflitti familiari.

Dott. Annibale, perché ragazzi di scuola media arrivano a compiere gesti di violenza e prevaricazione come quelli accaduti a Paganica, piccola frazione dell'Aquila?

"Noi diamo poco tempo ai nostri figli e ai nostri giovani. C'è una forte disattenzione da parte degli adulti e dei genitori verso i bambini e gli adolescenti".

Perché?"Una delle cause principali è da ricercare nel sistema sociale, lavorativo ed economico, che ci spinge a lavorare sempre di più per guadagnare e spendere maggiormente, soprattutto nella grave situazione di recessione economica in cui ci troviamo da qualche anno. Tutti i soggetti istituzionali e politici, nonché le nostre coscienze, ci spingono a lavorare e darci da fare far ripartire i consumi. In un'ottica di consumismo continuo che ci costringe a togliere tempo ai figli. Diamo tutto ai nostri figli, ma non il nostro tempo. Non giochiamo con loro, non cresciamo con loro, la nostra assenza viene compensata con regali tutti o quasi telematici, come la playstation e basati sulla violenza, sulla paura, sul terrore, l'esasperazione e l'adrenalina. L'educazione dei ragazzi è il frutto anche delle ore che trascorrono davanti a questi giochi, dunque sono "educati" con la violenza, giocano a vincere o a perdere, e puntano sempre a essere il "number one". Essere secondi significa aver perso, non essere nessuno, e questo suscita senso di frustrazione e incapacità. Il bullismo è una risposta al sistema".

La cultura occidentale tende a dividere maschi e femmine, forti e deboli: può influire sulla tendenza ad adottare comportamenti violenti?"Più che di cultura della divisione tra maschi e femmine, io direi che c'è la tendenza a far gruppo attraverso l'idea di aggressività: più siamo violenti e più siamo forti. L'intervento di intenzioni sessuali è una conseguenza, la scusante per agire quando l'aggressività è stata già acquisita".

Come dovrebbe essere gestita, da adesso in poi, la situazione nella classe in cui è avvenuta la tentata violenza?"Prima di tutto deve essere subito applicata la nuova normativa sul voto in condotta. L'averla abolita, negli anni passati non è stato educativo. Il messaggio è stato: ‘ciò che importa è essere ben istruiti a scuola, perché la condotta non vale nulla'. Vale solo il profitto. Questo è un chiaro incentivo all'aggressività, una depenalizzazione della violenza.

Bisogna anche intervenire con una terapia? "Sì, è importante attivare subito un cammino psicoterapeutico e non solo per la vittima, ma anche per gli aggressori. Anzi, direi di più: tutta la classe e la scuola intera devono essere coinvolte. Sarebbe un errore che solo gli aggressori facessero una terapia, perché si farebbe di loro degli eroi, e allora non sarebbe più terapeutico. Sarebbero sempre dei diversi, che si distinguono per il loro gesto. E sarebbe sbagliato intervenire solo sulla giovane vittima: ci vuole molta attenzione affinché la ragazza non venga isolata, per non aumentare il suo ruolo di vittima e di vergogna. Coinvolgendo tutta la scuola, non ci sarebbero solo i quattro, ma tutti, a lavorare per cercare di capire cosa è successo, perché, sforzandosi di superare il trauma. In caso contrario, c'è il rischio di creare delle spaccature tra sostenitori e dubbiosi, tra accusatori e indulgenti all'interno dell'ambiente scolastico".

È possibile per un docente riconoscere potenziali "bulli" e prevenire atti violenza e prevaricazione?"Oggi no, perché non ci sono più docenti disposti a denunciare e intervenire contro ragazzi o ragazze particolarmente violenti o che non accettano le regole. Non si chiude solo un occhio, ma tutti e due. Gli insegnanti hanno paura a esporsi, perché sentono il rischio di essere accusati di non avere prove certe a convalida delle loro denunce. Questo provoca una sorta di ‘democratico buonismo': diamo libertà ai ragazzi in modo che acquisiscano autonomia. Mancano regole e punti di riferimento, che generano una sorta di ‘libertismo anarchico'".

Che cosa fare, allora?"Dobbiamo ricostruire la famiglia, e di conseguenza la scuola, sugli antichi valori, punto di riferimento".

Quali sono questi valori?"La compattezza della famiglia, l'appartenenza al contesto famigliare - ora smarrito a causa del consumismo - l'esistenza di regole ben precise. Il momento dei pasti, ad esempio, deve essere sacrosanto: tutti devono essere seduti attorno al tavolo nello stesso momento".

C'è, secondo lei, un aumento degli episodi di bullismo, rispetto al passato?"Il bullismo è sempre esistito. Ne percepiamo un aumento perché gli episodi di prevaricazione di alcuni giovani su altri sono messi in maggiore evidenza, ci sono più denunce. Ma la sua ‘qualità' è cambiata: oggi è senza dubbio più aggressivo".