Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Il potere della cultura e il diritto del cittadino. Il rinnovamento degli archivi italiani

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È già alla sua seconda edizione il libro “Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella società contemporanea”, presentato mercoledì 16 gennaio all’Università di Scienze della Comunicazione di Teramo, dagli autori Linda Giuva, archivista, docente di letteratura italiana all’Università di Arezzo e moglie del Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, Stefano Vitali (Archivio di Stato di Firenze) e Isabella Zanni Rosiello (già direttrice dell’Archivio di Stato di Bologna), in presenza anche di Stefano Rodotà, ex presidente dell’autorità garante della privacy e ordinario di diritto civile alla Sapienza di Roma.

 

Lo dice in anteprima proprio la Giuva mentre, in “diretta telefonica” per rispondere alle domande su un volume rivolto a “specialisti, ma non solo”, controlla la posta elettronica e riceve un messaggio dalla casa editrice (Milano, Bruno Mondatori, 2007): la seconda ristampa arriverà a febbraio. Il libro, pubblicato la prima volta solo sei mesi fa, restituisce agli archivi, attraverso i saggi dei tre autori, il ruolo culturale nella ricerca storica, il peso civile nel definire le appartenenze e le identità territoriali e nazionali, la responsabilità di dare vita a un rapporto problematico tra democrazia e diritti. Alla pari dei musei civici nati nell’800 e diffusi nel corso del XX secolo in tutt’Italia, anche gli archivi sono coinvolti nel processo di nation building e dunque di costruzione di una coscienza nazionale, ma a differenza dei loro “cugini”, subiscono un’evoluzione che induce alcuni a parlare di crisi di identità di questi istituti pubblici di conservazione; altri ad approfittarne per eliminare dall’immaginario collettivo l’idea di archivio come luogo arcano ed erudito, lontano dalle esigenze dei cittadini comuni.

 

Si apre, a questo punto, un dibattito sul ruolo degli archivi nella società contemporanea dell’informazione, che impone ad essi di misurarsi più rigidamente con il rapporto tra privacy e accesso ai documenti, tra diritto alla segretezza e dovere della trasparenza, tra conservazione della memoria e contemporaneità “smaterializzata” dal digitale e “sfrangiata”. Su questi aspetti continua a sovrastare, tuttavia, il potere degli archivi, che nel corso del dibattito vengono definiti da Guido Crainz, docente di storia contemporanea nell’ateneo teramano intervenuto durante il dibattito, “una cosa viva”, citando Saramago, d’accordo con Linda Giuva quando sostiene che non sono in declino e non costituiscono un retaggio del passato, ma cambiano da un punto di vista legislativo e mettono in discussione se stessi in funzione delle nuove istanze della società, affinché storici e archivisti possano continuare a svolgere il loro compito senza essere triturati dalla seducente macchina dell’Information and communication technology. Il compito, cioè, di fornire un contesto storico ai documenti, a volte eloquenti, altre silenziosi, incompleti o manomessi, consegnati dai privati o dalla storia agli archivi, per interrogarli con sguardo critico e chiedersi che rapporto esista tra l’espresso e l’inespresso, tra “la pancia silente” del paese, come viene definito da Crainz l’“inespresso conservativo”, e la società “eversiva”.

 

Gli archivi “hanno il segno del potere”, ha confermato Giuva”, ce ne fanno conoscere le incongruenze e le opacità, anche attraverso la censura, che spesso ottiene risultati opposti a quelli che voleva raggiungere”. Basti pensare alle centinaia di lettere dei soldati italiani, nascoste durante la Seconda Guerra Mondiale e ritrovate molto tempo dopo la fine: se non ci fosse stata censura, non avremmo mai conosciuto il profondo sentimento di avversione che i soldati nutrivano nei confronti del conflitto, che il regime fascista dichiarava benvoluto dal popolo. Oppure, ancora, si pensi alle bandiere socialiste sequestrate come trofei dagli squadristi fascisti: senza il loro intervento non sarebbero mai giunte fino a noi.

 

Il potere degli archivi non è, dunque, solo quello di occultamento dovuto a “censura volontaria o sciatteria burocratica”, come ha detto Crainz, né si esaurisce nella conservazione e ricostruzione della memoria, ma è uno strumento di tutela dei diritti di un popolo, oggi più violentemente defraudati della loro identità “unitaria”, spezzettata in mille identità diverse, difficile da ricomporre tra anagrafe, anagrafe tributaria, gestori telefonici, banca dati nazionale ecc.. “Esiste un problema di gestione dei dati”, ha spiegato Rodotà. “L’identità deve poter essere ricostruita a livello diacronico e sincronico, con il rispetto delle norme che regolano il confine tra libertà di ricerca e tutela della privacy. Siamo nel mezzo di un cambiamento epocale, per cui il maggior accesso agli archivi aiuta a rendere più trasparente la loro gestione, e non solo a soddisfare interessi individuali, ma ancora accade che alcune istituzioni importanti”, ha continuato, “come la Banca d’Italia, attuino delle strategie per escludere dalla consultazione alcuni tipi di dati. Per questioni di potere”.

 

A chi e a cosa servono, allora, oggi gli archivi? Libertà e democrazia convergono, oppure ci troviamo nella situazione in cui sono in contrasto tra loro? Come si studia, infine, la “pancia” bassa della società? Il saggio non ha la risposta pronta a questi interrogativi, ma offre alla crisi storiografica contemporaneista, un buon pretesto per ripensarsi.

Marianna Gianforte

 

www.ilmondodegliarchivi.org

www.archiviodistato.firenze.it

www.archiviodistatobologna.it

www.beniculturali.it

www.archivi.beniculturali.it

www.archividelnovecento.it

www.baicr.it

www.museimpresa.com

www.internetculturale.it

www.garanteprivacy.it

www.democrazialegalita.it/macro/archivio_Gelli.htm