Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Il lavoro inglese è dei lavoratori inglesi

Michele Tozzi

Operai britannici contro operai italiani. E' la battaglia che da mercoledì si combatte nella raffineria Lindsey Oil (appartenente al colosso francese Total) a Grimsby, nell'est dell'Inghilterra. Motivo dello sciopero (non autorizzato), che raccoglie migliaia di lavoratori anche in Scozia e nel sud del Galles, è l'arrivo di una società italiana, la Irem, che ha regolarmente vinto un appalto da 200 milioni di sterline per costruire un nuovo impianto ad alta tecnologia. I 300 tra italiani e portoghesi che compongono la maestranza che si metterà all'opera nel nuovo cantiere sono stati l'oggetto della protesta: "British job for british workers" c'è scritto sui cartelli mostrati dai manifestanti, che richiamano la frase del primo ministro Gordon Brown ai tempi del suo insediamento. Il piano sul quale lo sciopero sembra poggiare è quello di preservare gli inglesi dagli "usurpatori" italiani, che intanto vivono su una nave-albergo ormeggiata al porto di Grimsby e alzano il medio ai fotoreporter britannici che cercano di immortalarli. "I tabloid inglesi fanno finta di scandalizzarsi di fronte alla maleducazione", scrive il Corsera. I tabloid si scandalizzano. La guerra è anche tra giornali. Ma il punto è un altro, in realtà. C'è la crisi, la recessione, in Inghilterra. Il razzismo non c'entra, come pensano invece i commentatori del blog di Enrico Franceschini di Repubblica, che peraltro danno credito ai britannici: "Chi la fa l'aspetti, siamo trattati come trattiamo".I "1000 workers" marciano invece perché non c'è lavoro: "This is a fight for work, not a racist argument at all" (è una lotta per il lavoro, non una motivazione razzista), afferma Bobby Buirds, sindacalista della Unite al Times. Anche se, probabilmente a ragione, accettare operai stranieri con i tempi che corrono in Gran Bretagna, dove la disoccupazione sta crescendo esponenzialmente, "è come mostrare un telo rosso a un toro". Se la Total giustifica la sua scelta con la necessità di avere supporto da un equipaggio di tecnici specializzati, i lavoratori più informati dicono che "non è una questione di abilità, ma di prezzo: gli operai italiani costano meno". E per una costruzione che sarà terminata fra 18 mesi, non è poco. Il direttore generale della British Chamber of Commerce, David Frost, sembra essere il più obiettivo: "Posso capire le preoccupazioni nel mondo del lavoro - dichiara al Times - ma il problema continuerà a crescere perché le aziende internazionali sono sempre di più e non andranno certo via". Paul Elvin, 49enne, è invece lì a protestare, pronto per il corteo di giovedì che arriverà fino a Downing Street: "Ho tre figli da sfamare, un mutuo da pagare e ho perso il lavoro ieri proprio qui a Grimsby. Mi chiedo se Gordon Brown farà qualcosa per noi".