Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Intervista a M.Bufo, On the Road, di A.Maranci

Augusta Maranci

Marco Bufo è il direttore di On the Road, l'associazione onlus abruzzese che dal 1990 è al fianco delle vittime di tratta e di sfruttamento sessuale.

Quando e perché nasce On the Road?L'associazione nasce 18 anni fa e non si chiama "sulla strada" per caso. Negli anni Novanta la prostituzione in Italia, e quindi anche in Abruzzo, cominciò a cambiare volto. In strada cresceva sempre più il numero delle prostitute straniere: nigeriane e albanesi, soprattutto, dando vita a un fenomeno all'epoca del tutto nuovo e sconosciuto. E' a questo punto che On the Road cominciò a muovere i primi passi. Le persone che avrebbero fondato quest' associazione iniziarono a domandarsi che cosa stesse accadendo alle persone che si prostituivano "sulla strada". Fin da subito emerse una richiesta d'aiuto da parte di giovani donne albanesi e si scoprì che non solo erano vittime di un grave fenomeno di sfruttamento, ma di una vera e propria tratta di esseri umani. Poi questo fenomeno si è evoluto molto. Via, via sono arrivate donne dalla ex-Jugoslavia, dall'ex blocco sovietico e negli ultimi anni sono aumentati i flussi dai paesi membri dell'UE, come la Romania e la Bulgaria.

Ci sono anche minorenni tra queste?Nonostante entriamo in contatto diretto con queste donne, abbiamo difficoltà ad accertarne l'età con precisione. Vengono istruite a dichiararsi maggiorenni e si acconciano come tali, salvo poi apparire più bambine con i clienti che desiderano questa merce preziosa e preservata gelosamente dalle organizzazioni criminali. Ci sono stati dei rari momenti in cui l'organizzazione si è sentita un po' in pericolo e ogni volta aveva a che fare con una minore che si era sottratta allo sfruttamento.

Come entrate in contatto con queste donne e che tipo di assistenza offrite?Innanzitutto cerchiamo di arrivare dove vivono e dove si prostituiscono. Abbiamo delle unità di strada che ormai abbiamo rinominato mobili, perché la prostituzione si sta spostando sempre di più nelle case. Poi interveniamo nell'ambito della prevenzione e dell'educazione alla tutela della salute. Questo significa fare anche un'opera di tutela della salute pubblica, perché purtroppo i clienti - che il più delle volte sono padri, mariti e fidanzati - sono disposti a pagare il triplo per avere rapporti scoperti, mettendo a rischio non solo la salute della prostituta, ma anche la propria e quella della propria famiglia. Tramite quest'opera di promozione della salute si offre alle persone la possibilità di essere accompagnate ai servizi sanitari. Fino ad adesso in Italia è stato riconosciuto il diritto alla salute, a prescindere dalla condizione di irregolarità della persona. Il Senato, però, ha concesso al personale sanitario la possibilità di denunciare i pazienti non muniti di permesso di soggiorno. Questo per noi è un grave attacco ai diritti della persona e alla tutela della salute pubblica perché le vittime della tratta e dello sfruttamento sono quasi sempre degli irregolari.

Nel settembre scorso On the road, insieme ad altre 9 organizzazioni e a 116 enti pubblici e privati ha sottoscritto il documento "No al disegno legge Carfagna" in cui si legge che "vietare la prostituzione in strada non è solo una norma inefficace, ma è innanzitutto controproducente". Ci motiva meglio questa posizione?

Siamo certi che quel disegno di legge, il cui unico fulcro è togliere la prostituzione dalla strada, arrecherà un danno. Innanzitutto alle persone che si prostituiscono perché le spingerà nel sommerso, le renderà più sfruttabili e più controllabili dalle organizzazioni criminali. Per esempio nel ddl non c'è alcuna disposizione per l'inclusione sociale di chi verrà cacciato dalla strada senza avere in alternativa nessun incentivo all'inserimento sociale e lavorativo. Le vittime di tratta verranno spinte negli appartamenti e saranno inavvicinabili non solo dagli operatori sociali, ma anche dalle stesse forze dell'ordine. Tutto ciò per nascondere la polvere sotto al tappeto, per rispondere a un disagio della cittadinanza.

Ma al disagio della cittadinanza avevano già cominciato a rispondere i sindaci con le ordinanze anti prostituzione. Sono state emanate anche nei territori che voi monitorate. Con quali risultati?

E' giusto considerare il disagio e il bisogno di sicurezza di chi vive in un quartiere dove viene esercitata la prostituzione, ma fare le ordinanze vuol dire solo spostare il problema al chiuso, nel comune limitrofo o nella strada più buia con l'unico risultato di aumentare l'insicurezza. Non si può pensare di affrontare il fenomeno della prostituzione attraverso approcci unilaterali, securitari e esclusivamente repressivi.