Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Cultura: con o senza fondi pubblici?

Augusta Maranci

Quando gli artisti litigano tra di loro non c'è mai verso per uscirne, anzi arrivano ad offendersi peggio dei politici. Ne hanno dato prova un paio di mesi fa Uto Ughi e Giovanni Allevi, lanciandosi tramite "La Stampa" accuse su accuse. Ma stavolta il tema è più scottante e più terreno: non si discute di maestria musicale, ma di soldi e, peggio ancora, pubblici. Baricco, Alessandro, lo scrittore, ha suscitato polemiche e scalpore per aver espresso una sua posizione in merito ai finanziamenti statali a favore di teatri, musei, rassegne e fondazioni. La sua tesi è semplice - non "sconclusionata", come ha commentato il direttore del Piccolo Teatro, Sergio Escobar -, ma dolorosa. Lo scrittore sostiene che se i soldi da spartire sono pochi, meglio assegnarli a scuola e tv, perché è sui banchi che si insegnano almeno le basi della cultura e perché la gente non vuole andare più a teatro, ma guardare il Grande Fratello. Certo nelle parole altisonanti di Baricco, questo concetto appare molto più etereo, ma par di capire che il succo sia questo. Sulla scuola nessuno ha avuto da ridire, ma attori, registri e via dicendo si sono infuriati sul resto. E pensare che erano stati proprio loro a sollevare il problema dei fondi, denunciando attraverso l'Agis, l'associazione dei settori dello Spettacolo, tagli mortali.

Baricco sostiene che l'operetta forse è un po' fuori moda e impopolare e che pur di insegnare un po' di matematica in più nelle scuole, si potrebbe rinunciare anche a Stockhausen. Dall'altra parte tutti gli danno contro, solo Muti sta dalla sua parte. Gli rispondono che non spetta a lui decidere se il "teatro è bollito", perché, sostiene Lella Costa, "è offensivo per il pubblico innanzitutto". Fiorenzo Grassi dei Teatridithalia di Milano si sente di ricordare che "i teatri sono luogo di incontro tra persone", ma Baricco tenta di far capire che anche su Internet si incontrano le persone, anzi sono infinitamente più numerose e non necessitano nemmeno di finanziamenti pubblici. In sostanza, dice: "Rinunciate ai finanziamenti dello Stato" e fate della "cultura un business", prendendo a modello le case editrici. Gigi Proietti risponde con diplomazia, pensa che forse era il momento di sollevare il problema e invita al dibattito.

Se ne parlerà, quindi, si tenterà l'impressa impossibile di decidere chi oggi deve essere incentivato a diffondere la cultura e chi invece dovrà cavarsela da solo. Si discuterà a lungo, ma chiedendosi innanzitutto cosa sta accadendo a un paese che è costretto a scegliere tra la sopravvivenza della scuola e quella del teatro. Di certo ha le tasche vuote, vive una crisi economica globale - si risponderebbe in politica - ma perché in Francia per esempio non accade? Perché "siamo un'anomalia europea", dice Davide Bassan, in "Lettera agli spettatori", dove si tenta di ricordare pure che "non c'è possibilità di uscire da un periodo difficile, se non si sostiene l'anima e l'identità di un paese". Ma siamo sempre lo stesso paese con le orecchie dure in cui si tagliano soldi alla scuola, all'università e alla ricerca e in cui la morte dei teatri rischia di diventare il male minore. Siamo un paese talmente povero da non poter più mantenere il suo sapere. Baricco si rassegna a vedere l'Italia quasi come una famiglia in piena carestia, costretta a scegliere se far mangiare il figlio piccolo o il grande. Non resta che sperare che si sia fissato pure lui col pessimismo cosmico.