Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Viaggio nell'Irlanda dei troubles

Stefano Buda

IL BLOODY SUNDAY

Decine di palazzine a schiera percorse da stradine e piccoli giardini ritagliati davanti agli ingressi delle abitazioni. Sui marciapiedi cartacce e lattine consumate dal tempo. Aria di proletariato anglosasssone, ma con un velo agrodolce, lieve e un po' indolente che trovi solo qui. Irlanda del Nord, Derry, Bogside: è questo il quartiere cattolico dove il 30 gennaio del 1972 i parà dell'esercito britannico aprirono il fuoco sui civili che partecipavano a una manifestazione di protesta contro "la detenzione senza processo". In poco meno di mezz'ora furono uccise tredici persone, cinque delle quali avevano appena 17 anni. Altre quindici, tra le quali due donne, furono ferite. Da allora sono passati 37 anni, c'è stato l'accordo di Belfast del 10 aprile 1998, e dal 7 maggio 2007 i cattolici repubblicani dello Sinn Fein e gli unionisti protestanti di Ian Paisley governano insieme. Ma il Bogside non dimentica. I tanti murales che colorano i caseggiati rievocano quella drammatica domenica di sangue. Immagini che sono urla di colori e che squarciano il silenzio e la calma feriale del quartiere. "Vogliamo la pace, la pace è l'unica soluzione, ma non possiamo dimenticare. È un trauma collettivo. Centinaia di persone, qui, hanno assistito a degli omicidi per i quali non c'è stata giustizia", dice John Kelly, un distinto signore dai capelli argentati. Suo fratello Michael è una delle vittime del Bloody Sunday. Quando fu ucciso aveva solo 17 anni. "Tutti eravamo convinti di partecipare ad una manifestazione pacifica. Eravamo 15 mila persone, c'erano anche anziani, donne e bambini", racconta il signor Kelly, "mia madre non voleva che venisse anche Michael. Era troppo giovane e temeva che potesse accadergli qualcosa. Lo aveva anche seguito, ma poi nella confusione lo perse di vista. Pochi minuti dopo mio fratello venne colpito a morte dai parà". Un dolore lacerante, come può essere solo quello di una madre a cui viene strappato un figlio senza un perché. "Fummo io e mio padre a doverle dire che era morto", prosegue John, "fu durissima. Ci fu bisogno di un medico. Le diedero dei sedativi. Lei rimase a letto a dormire per una settimana intera. Impazzì dal dolore. Anni dopo, un giorno in cui nevicava, fu vista andare al cimitero con una coperta. Alla gente disse che serviva per scaldare Michael".

UNA STRAGE SENZA COLPEVOLI

Oggi John ha 60 anni ed è custode del Museo del Bogside, creato con lo scopo di tenere viva la memoria sul Bloody Sunday. "La pace resta il punto fermo e imprescindibile", spiega l'uomo, "ma lo è anche la richiesta di giustizia. Ancora oggi nessuno è stato riconosciuto colpevole per quella carneficina". Una commissione d'inchiesta fu affidata a Lord Widgery e fu chiusa dopo appena 21 giorni di indagine, giudicando ineccepibile il comportamento delle autorità e dei soldati: per il giudice i parà avevano sparato perché le vittime erano armate. "Un uomo dell'esercito britannico chiamato a indagare su quello che l'esercito britannico aveva fatto alla nostra gente", osserva Kelly con sguardo severo, "fu come se i nostri morti fossero stati uccisi una seconda volta. E fu il più grande aiuto che potesse arrivare all'Ira. Da quel giorno fu un continuo di bombe e violenza. Uomini e donne, soprattutto giovani, giovanissimi, si arruolarono nell'Ira convinti che ormai fosse quello il solo modo per avere giustizia. Alcuni di loro sono rimasti uccisi, molti sono finiti in prigione. Quella giornata ha avuto un impatto enorme sulla nostra comunità. Noi ancora oggi aspettiamo giustizia, vogliamo sapere chi ha esploso quei colpi mortali. Le pallottole in dotazione ad un soldato, libero e dall'identità nascosta, quel giorno uccisero quattro persone".Dal 1998 è in corso la nuova inchiesta affidata a Lord Saville. In molti, anche l'ex capo-gabinetto di Tony Blair, Jonathan Powell, convennero sul fatto che l'inchiesta Widgery aveva prodotto degli insabbiamenti. Troppi testimoni, compresi giornalisti e osservatori esterni, affermarono che le vittime erano disarmate e che cinque delle persone uccise furono colpite alle spalle.

PRIGIONIERI DEL PASSATO

Intanto, però, in Irlanda del Nord il clima è più disteso. Falls Road è il quartiere di Belfast dove vive la working class cattolica e repubblicana. Sul viale principale c'è la sede dello Sinn Feinn, per anni il braccio politico dell'Ira, oggi al governo insieme agli unionisti. Nel negozio del partito è ancora possibile trovare del materiale inneggiante all'organizzazione armata. Lungo la strada principale e nei vicoletti interni le mura delle case sono rivestite da enormi murales. Ricordano decine e decine di volontari dell'Ira morti negli anni passati e incitano all'impegno diretto, in nome di un sogno che si chiama "Irlanda libera e unita". Molte abitazioni del quartiere recano delle lapidi in cui si ricorda che lì "ha vissuto un combattente dell'Ira morto per la causa". Pace qui non vuol dire piena armonia. I troubles, come da queste parti chiamano il conflitto tra unionisti e repubblicani, sono durati oltre 40 anni causando 3.700 morti. "E' una questione che appartiene al passato ma che è ancora viva", dice Gerry Reynolds, sacerdote cattolico che da oltre 25 anni opera nel quartiere, "tuttavia molti piccoli passi sono stati compiuti per provare a far sì che la gente si unisca e si accetti reciprocamente". Falls Road è ancora rigidamente separata dallo stradone parallelo. Un lungo muro coperto da filo spinato e cocci di vetro la divide da Shankill Road, la zona della working class unionista dove campeggiano bandiere britanniche e murales che commemorano le vittime delle bombe dell'Ira. "Un muro che continua ad esserci perchè ci sono ancora muri nei cuori delle persone", osserva Reynolds, "ma prima i pochi punti di passaggio venivano chiusi di sera con dei cancelli, mentre ora sono sempre aperti. Sono convinto che andrà sempre meglio e magari tra qualche tempo quei muri scompariranno". Tra qualche tempo. Per ora alcuni problemi permangono. "C'è ancora qualche violenza, ma sono dissidenti", ammette padre Gerry, "il disarmo in realtà non è stato completato. I due principali gruppi unionisti non l'hanno attuato. E anche tra i repubblicani c'è ancora qualche gruppetto armato. L'Ira, però, ha distrutto le armi. E' un processo lento, ma bisogna raggiungere l'obiettivo di un disarmo completo". Vicino ad un palazzone, in mezzo ad un gruppo di ragazzini che giocano a pallone, ce n'è uno che porta il famigerato passamontagna nero indossato dai militanti dell'Ira nelle loro azioni. Pochi metri più un là un murales su sfondo rosso rievoca lo sciopero dei portuali di Belfast nel 1907. C'è scritto: "Non come cattolici o protestanti, non come repubblicani o unionisti, ma come lavoratori di Belfast che combattono insieme". Contraddizioni, speranze e auspici di due comunità che, da un passato tragico, provano a muovere verso un futuro comunque difficile.

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DERRY COME GAZA