Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Hotel House, il mondo in condominio

Barbara Gambacorta

PORTO RECANATI (MACERATA) - Il viaggio verso l'Hotel House inizia su un ferroso treno regionale Pescara-Ancona, lungo la linea dei binari che separa da un lato la campagna marchigiana e dall'altro la riviera. Ma qualcosa cattura l'attenzione per un secondo, appena prima di arrivare alla stazione di Porto Recanati, e appare lui, l'Hotel House.

Nel suo nome si puo' leggere quello che era e quello che poi è diventato: doveva essere un residence di appartamenti per le vacanze estive ma, trent'anni dopo, si è trasformato in una casa più che in un hotel. Hotel House, appunto. E' un palazzo cruciforme, un condominio gigante alto 17 piani, con 480 appartamenti. Più simile ad un quartiere della periferia romana, in stile Tor Bella Monaca più che Porto Recanati, ridente cittadina della costa maceratese, con le sue case stile coloniale costruite nel centro cittadino e dipinte di nuovo di giallo, blu, verde e rosa. Ma anche l'Hotel House ha i suoi colori, basta metterci piede per vederli, sono quelli dei volti delle persone, da ogni parte del mondo, che ne hanno fatto la loro casa. Gli oltre 2000 immigrati che oggi ci vivono.

LA STORIA. All'Hotel House, "il condominio degli immigrati", gli italiani sono rimasti in pochi dopo un esodo progressivo iniziato all'inizio degli anni Novanta, in concomitanza con l'arrivo dei primi flussi di stranieri, soprattutto magrebini. L'avevano costruito come residence estivo di seconde case al mare, a prezzi decisamente accessibili, tra fine anni Sessanta e primi Settanta, un palazzone figlio dell'architettura di quegli anni, monumentale e dominato dalla linea retta. Alla posa della prima pietra, il 22 luglio 1967, ad opera dell'allora Ministro della Marina mercantile, Lorenzo Natali, l'Hotel House veniva immaginato come nuovo e imponente quartiere residenziale autosufficiente, attrezzato anche con piscina, strutture sportive e negozi. Una struttura che avrebbe dovuto dare impulso all'attività turistica della costa maceratese e incentivare la creazione di posti di lavoro, per "il progresso delle civili genti marchigiane" come recitava la pergamena in ricordo dell'inizio dei lavori. Ma anche la possibilità - come sottolineava appunto il Ministro Natali - per molti piccoli risparmiatori di realizzare un sogno, quello della casetta al mare, che fino a qualche tempo prima sembrava troppo lontano e irraggiungibile perchè destinato solo alle persone facoltose. Ma poco è rimasto col passare degli anni della sua anima vacanziera. Diventa infatti un luogo di passaggio, dapprima per le famiglie sfollate dal terremoto di Ancona del 1972 e per gli ufficiali del vicino radar di Potenza Picena. E poi per le ballerine russe dei night della zona e addirittura per una cellula delle Brigate rosse. Secondo qualcuno negli anni Ottanta ci ha addirittura vissuto, prima della latitanza, Francesco Schiavone, detto Sandokan, il camorrista capo del clan dei Casalesi. E così, anno dopo anno la popolazione di vacanzieri è stata spinta a svendere i propri appartamenti mentre altri acquistavano, approfittando della svalutazione, per poi rivendere al doppio o affittare ai nuovi inquilini, gli immigrati, che avevano già iniziato a trasferirsi. Cosi' l'Hotel House ha smesso definitivamente di essere luogo di vacanza per trasformarsi in quello che e' oggi, cioe' la casa di oltre 2000 immigrati. Secondo gli ultimi dati raccolti la nazionalita' piu' numerosa e' quella senegalese (25,3%), seguono quella bengalese (19,2%) e quella tunisina (12,7%). Poi ci sono pakistani, nigeriani, cinesi, macedoni, marocchini e naturalmente gli italiani. Al piano terra, col tempo, la nuova popolazione ha fatto nascere circa sedici negozi: phone center, alimentari, bar, macellerie, panetterie, lavanderie. E' difficile dare numeri precisi sull'Hotel House, soprattutto d'estate, quando la popolazione aumenta notevolmente per l'arrivo di molti nordafricani che, ospitati da connazionali, lavorano sulle spiagge come venditori ambulanti, i cosiddetti "vu cumprà". Periodicamente l'Hotel House alimenta anche le pagine di cronaca locale: sequestri di merce contraffatta e spaccio di droga per lo più, attività illecite svolte da una ristrettissima percentuale di condomini e che attirano dall'esterno persone interessate a questi traffici. Per il resto gli abitanti dell' Hotel House lavorano onestamente e sono soprattutto operai. La mattina intorno alle sei si può assistere quasi ad un esodo, visto il numero di uomini e donne che escono dal condominio per raggiungere le fabbriche della zona. E questo è solo il primo dei diversi lavori che quasi ogni inquilino è costretto a svolgere per sbarcare il lunario: c'e' poi chi fa l'ambulante, chi lavora nelle cucine dei ristoranti, chi fa le pulizie o chi come Ali', un ragazzo pakistano, operaio in uno stabilimento di Civitanova Marche, che nel "tempo libero" manda avanti col resto della famiglia uno dei phone center al piano terra del condominio.

GLI ITALIANI. All' Hotel House sono loro la vera minoranza ed è facile capirlo se ci si ferma un attimo nel cortile a guardare il via vai di persone. Me lo racconta uno dei pochi rimasti, Alfredo De Rosa, 67 anni, colonnello in pensione dell'aeronautica militare. Mi accoglie con la voglia di raccontare e farmi raccontare il posto dove ha deciso di vivere. Quindici anni fa, mentre gli altri italiani ‘'scappavano'', ha comprato un appartamento al dodicesimo piano dell'Hotel House per ‘'stare tranquillo e godersi la vista sul mare". Ma Alfredo, col suo entusiasmo e la sua voglia di mettersi in gioco e' quasi un' eccezione. Altri italiani sono insofferenti alla realta' difficile che li circonda e "nostalgici" dei tempi in cui l'edificio era meta di vacanzieri ed eleganti signore a passeggio. Viverci oggi è tutta un'altra cosa. La convivenza non è facile, va negoziata e guadagnata ogni giorno. Comporta grande volonta' e impegno nei rapporti con gli altri. E questi tratti Alfredo li incarna alla perfezione. Ma c'è anche chi, fuori dal suo balcone, fa sventolare orgogliosamente la bandiera della Lega Nord. E' una signora che abita al tredicesimo piano con il figlio e il cagnolino, la chiamano scherzosamente (ma non troppo) ‘'la leghista'', per le sue idee poco benevole nei confronti degli immigrati. Ma anche per lei e' impossibile non avere rapporti con gli altri condomini e si dice in giro che, nonostante le idee politiche, accetti poi di svolgere piccoli lavori di sartoria anche per i vicini nigeriani.

Alfredo racconta che da bambino viveva a Bari con il padre, generale dell'Arma dei carabinieri, in un palazzo vicino la stazione e adorava il momento della merenda quando qualche mamma richiamava i bambini "a rapporto" e distribuiva a tutti, senza distinzioni, pane e olio. Forse Alfredo all'Hotel House si sente un po' come allora, cercando di ricreare quel clima di condivisione tra i 17 piani dell'Hotel House, quasi una seconda famiglia. E' ben integrato ed e' impegnato nella maggior parte delle attività organizzate nel condominio, come la scuola, nata nel 2004 nei locali al piano terra, dove si insegna l'italiano agli adulti, soprattutto alle donne, e si presta assistenza scolastica. Ma Alfredo ama trasformarsi in maestro anche tra le mura di casa: la mattina accoglie le sue "nipotine" senegalesi, figlie dei suoi vicini, per aiutarle a fare i compiti delle vacanze. "Alfredo ci vediamo domattina alle 10, allora?" gli ricorda Mami, un bambina senegalese di dieci anni circa, che poi mi chiede ‘'E tu chi sei? Sei dell'Hotel House?''.

I BAMBINI. Sanno come lasciarti a bocca aperta, anche con una semplice domanda: ‘'Sei dell'Hotel House?''. Ti chiedono se sei del condominio perche' è il luogo dove sono nati, a differenza dei genitori, quasi come una nazione, una buona fetta del loro piccolo mondo. I bambini sono la vera novità degli ultimi anni: dopo i primi flussi di immigrati infatti, sono arrivate e si sono formate anche le famiglie e il condominio si e' popolato di nuovi piccoli abitanti. Stanno crescendo con gli stessi vizi dei compagni di banco italiani: sono piu' interessati a giocare che a stare sui libri, soprattutto i maschietti, e poi vanno pazzi per il Nintendo Ds e per "High School Musical". Li vedi scorrazzare qua e la' e giocare nel cortile, all'ombra dei 17 piani, purtroppo in alcuni spazi sul retro sono costretti a stare quasi tra la spazzatura, perché nessuno si occupa della pulizia, ma nemmeno loro sembrano farci caso più di tanto. Mami ci lascia perchè dice ‘'Devo andare in moschea, l'Imam oggi ci interroga''. Anche questo fa parte della quotidianita' dell'Hotel House, visto che la maggior parte degli abitanti e' mussulmano e la moschea, nata in un locale a piano terra, è molto frequentata, anche dai più piccoli, che, a volte malvolentieri, devono andarci per imparare i precetti del Corano. All'uscita dalla lezione Mami e' felice, e' stata tra i migliori a rispondere alle domande dell'Imam e prenderà un premio per questo: ‘'E' nuova questa! - mi dice Alfredo - forse anche l'Imam ha dovuto inventarsi qualcosa per far studiare queste piccole pesti''.

ISOLAMENTO. Ma l'Hotel House non è solo il sorriso di Mami o la forza di volontà di Alfredo. Ha anche un lato oscuro, fatto di povertà, di degrado delle strutture, di speculazione, di isolamento dal resto dalla città e di mancanza delle istituzioni. Ci vive quasi un quinto della popolazione di Porto Recanati ma si trova a circa un chilometro dal centro cittadino, circondato solo da campi e case abbandonate. Un chilometro che, in questo caso, sembra un'infinita'. Non ci sono mezzi pubblici che lo colleghino, nemmeno un marciapiede, e cosi', soprattutto donne e bambini, non possono che camminare ai bordi della strada per raggiungere il centro, con le macchine che sfrecciano affianco. Il resto della cittadina d'altronde non vede di buon occhio quel ‘'mostro dell'Hotel House'', percepito come una minaccia alla propria tranquilla' e sicurezza, un "covo di clandestini", ma visto anche come pericolo circoscritto e tenuto lontano, un cerchio nel quale rinchiudere le proprie paure.

L'Hotel House per le istituzioni è una patata bollente, quasi impossibile da maneggiare dopo anni di indifferenza e abbandono. Me lo racconta Massimo Montali, consigliere provinciale di Macerata di Rifondazione comunista e vicino di casa del condominio degli immigrati. "Vivo a 500 metri dall'Hotel House, ci vado spesso, ho diversi amici lì". E poi spiega il perché dell'isolamento: "Non è mai stata messa in atto una politica edilizia a livello comunale per raccordare l'Hotel House col resto del territorio, si è preferito costruire in centro, era più conveniente dal punto di vista economico, e anche sociale".

Montali mi racconta che sono in cantiere diversi progetti, anche con la Regione, soprattutto per coinvolgere i bambini, attraverso la scuola "Puntiamo sulle nuove generazioni per dare insieme un futuro all'Hotel House." Il suo presente invece l'Hotel House lo vive come un gigante quasi dimenticato lì per caso, tra i campi e il mare, a un chilometro dal resto del mondo. Nei suoi 17 piani i sogni di tanti immigrati hanno trovato lo spazio per crescere, grazie al vuoto lasciato dal tempo, dai cambiamenti, dalla disillusione, forse dalla speculazione. Una metafora, dunque, del nostro Paese, orfano del miracolo economico e del sogno della casetta al mare ma ancora incapace di integrare e accogliere chi arriva da lontano per guadagnarsi un futuro.