Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Ecco il Darfur di un cooperante, di A. Maranci

Augusta Maranci

Massimo Rossi ha 34 anni e per sei mesi è stato l'amministratore per i progetti di Intersos a El-Geneina (Darfur occidentale). Dal 2004 a oggi, l'organizzazione romana, fondata nel 1992 con il sostegno delle Confederazioni sindacali italiane, ha impiegato nella regione sudanese almeno sessanta operatrici e operatori italiani, oltre a circa seicento operatori e operatrici locali, assicurando la presenza continua in una trentina di villaggi della zona.

Regalaci un'immagine del Darfur. Come lo racconteresti a chi non l'ha mai visto?Spazi immensi e paesaggi lunari. Una distesa di deserto rosso, letti di fiumi secchi che si riempiono solo nella stagione delle piogge, da giugno a settembre. Arbusti e verde solo a macchie. Pochi villaggi, sparuti, molto lontani tra di loro. Per spostarsi occorrono giorni di cammino, visto che ci si muove con cammelli o asini, solo i mercanti e le milizie sono dotati di jeep. Dislocate lungo il territorio si incontrano anche carovane di arabi nomadi che si muovono da sempre lungo la fascia del Sahara in base alla necessità di cibo e di acqua. Dall'inizio della guerra la gente dei villaggi è stata pressata sia verso il sud del Sudan, dove c'è la componente africana e cattolica del paese, sia verso la Repubblica Centro Africana e ultimamente verso il Ciad.

Bashir ha accusato le organizzazioni occidentali di neo colonialismo. Pensi che questa sia un'opinione condivisa dal popolo? Che rapporto hanno le ong con la gente dei villaggi?Gli unici rapporti non buoni li abbiamo avuti con le istituzioni sudanesi che possono vietare l'ingresso a organizzazioni e singoli cooperanti. Qualche intralcio lo crea anche l'organizzazione non governativa sudanese, ma in realtà voluta dal governo di Bashir, che ha il controllo degli approvvigionamenti di carburante e delle radio, unico mezzo di comunicazione oltre al satellitare e al gsm, entrambi monitorati dall'autorità centrale. Normalmente, però, i rapporti con i darfuriani sono buoni, le persone del luogo vengono coinvolte nei progetti delle organizzazioni e viene reclutato e retribuito personale locale.

In che ruoli vengono impiegate le persone del posto? C'è equità nella retribuzione rispetto ai cooperanti occidentali?Il principio è di coinvolgere sempre di più i locali, fino a far quasi scomparire il personale europeo. I ruoli vanno dal lavoro in cucina a incarichi manageriali. Durante la mia esperienza mi è capitato di lavorare con un ragazzo sudanese mussulmano, responsabile della gestione di micro progetti FAO. Grazie alle sua capacità aveva ottenuto una borsa di studio alla Sorbona di Parigi, ma il governo centrale non ha voluto concedergli il visto, perché contrario alle fughe di cervelli soprattutto verso paesi ex colonizzatori, come la Francia. Per quanto riguarda la retribuzione, si può dire che è uguale in rapporto alle differenze del costo della vita in Darfur, o in paesi con teatri di guerra, e in Europa. Per esempio a El-Geneina per un mese di affitto di un'abitazione media e in muratura si spendono 50 dollari, a fronte di uno stipendio che va da 400 dollari, per una guardia, a 2000 dollari per un responsabile di progetto. Questo, però, per quanto riguarda i dipendenti locali di ong occidentali.

Che cosa fanno le organizzazioni occidentali in Darfur e, soprattutto, per il Darfur?Cercano di proteggere la popolazione. Offrono assistenza sanitaria nei campi profughi, costruiscono scuole, pozzi, punti di raccolta d'acqua, sistemi d'irrigazione. Creano colture e allevamenti. Poi attivano programmi a sostegno della persona. Sono nati progetti che tutelano le donne stuprate e sono stati istituiti corsi, tenuti da donne del posto, in cui si insegna l'educazione sessuale: gestire il ciclo mestruale, partorire in casa, utilizzare anti concezionali, nonostante il disaccordo del governo.

E' vero che dopo la realizzazione di un progetto, una ong tende a non abbandonare il territorio? Potrebbe essere fondata l'accusa di speculazione?Forse in alcuni casi si. Per quanto riguarda la mia esperienza in Intersos, posso dire che questa ong si occupa di emergenze, nello specifico è nata come organizzazione esperta in sminamento. In teoria perciò si tende ad abbandonare il territorio una volta rientrata l'emergenza, ciò non toglie che si possano attivare progetti a sostegno della popolazione in un quadro di sicurezza mutato.

Cosa resta alla popolazione di questi interventi, una volta che le organizzazioni lasciano il territorio?Innanzitutto strutture: scuole, strade, ospedali, acquedotti, sistemi fognari, reti di comunicazione internet, satellitare, via cavo o via etere. Poi rimangono gli insegnamenti, l'utilizzo delle tecniche divulgate e le competenze acquisite dalle persone. Si tengono, per esempio, corsi di tornitore, saldatore, meccanico, manutentore di generatori elettrici. Spesso il numero degli iscritti è superiore alla disponibilità di posti. C'è l'interesse delle persone a crearsi una figura professionale anche perché questi corsi sono affiancati da progetti di micro credito, vuol dire che si insegna il mestiere e poi si finanzia l'inizio dell'attività.

Di quale progetto, realizzato in Darfur, l'Ong Intersos può sentirsi veramente orgogliosa?Il problema principale in Darfur era il soccorso ai profughi. Ma prima dell'aiuto, occorreva individuarli sul territorio che è grande sei volte tanto l'Italia ed è soprattutto impervio. Intersos ha realizzato la mappatura di tutti i gruppi profughi (di solito interi clan) sparsi nella provincia del Darfur occidentale. Questo ha consentito innanzitutto di portare assistenza medica, poi ha aiutato a comprendere il fenomeno dei bambini soldato. Grazie al censimento realizzato e ai dati raccolti ci si può rendere conto di quanti bambini spariscano di settimana in settimana. Ricordo di un villaggio nei pressi di El-Geneina che aveva perso in quindici giorni ben mille e cinquecento bimbi.