Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Abruzzo dei campanili. Marco racconta Pacentro

Chiara D'Onofrio

"Non poteva vincere uno straniero". Straniero, in questo caso, è un uomo di Sulmona. Splendida cittadina della Valle Peligna in provincia dell'Aquila. E a parlare è Marco, un signore sulla quarantina. Di Pacentro, borgo tra i più belli d'Italia, ai piedi della Montagna del Morrone. Sempre nella Valle Peligna. Sempre in Provincia dell'Aquila.Sulmona e Pacentro, meno di dieci chilometri di distanza l'una dall'altra. Non è una semplice storia di campanilismo, in una terra, l'Abruzzo, che di campanili ne ha davvero tanti. E' molto di più.

Marco, conosciuto in paese come Ultimo, il suo cognome, è stato per molti anni il primo. E con orgoglio ha raccontato di quando era un giovane ragazzo. "Ero snello", ci ha detto dando due colpetti con la mano destra sulla sua pancia: "E correvo più di tutti. In discesa non avevo rivali". Una volta all'anno, per dieci o forse quindici consecutivi, Marco ha corso lungo una strada, o meglio un sentiero, aspro e ripidissimo. Fatto di sassi e sterpaglie. Di rovi e arbusti. A piedi nudi, senza scarpe, solo terra e sangue. Per arrivare lui,Ultimo, prima di tutti. In una folle gara. A sfidare gli altri ragazzi di Pacentro, come lui impavidi, ma soprattutto contro quei pochi coraggiosi "stranieri", provenienti da Sulmona e qualcuno da Pescara. "Potevano partecipare ma non vincere". Come a dire "La corsa degli zingari" (erano chiamati così nel paese gli uomini scalzi) è di Pacentro.

Una tradizione che si ripete ogni settembre, la prima domenica del mese, in cui avviene una gara che corre tra vocazione e orgoglio. Tutti a piedi nudi. I giovani salgono sulle pendici del Colle Ardinghi, il monte che si vede dal paese, quasi a proteggerlo. Al suono improvviso della campana della chiesa della Madonna di Loreto, si lanciano in una corsa folle per arrivare dal colle alla chiesa. E poco importa se dopo la gara per settimane non si riesce a camminare a causa delle ferite ai piedi.

Marco, ha raccontato, di aver vinto la sfida per quattro o cinque anni di seguito e di essere arrivato secondo per molti altri: "Per me era come vincere, perché il primo era troppo forte". L'avversario era, anche lui di Pacentro, nato e vissuto tra quelle montagne che poi ha abbandonato per emigrare in Germania. Per Marco era un valido avversario, mai un nemico. Ma ci fu un anno, ha raccontato, in cui stava per vincere lo "straniero". Un ragazzo di Sulmona, anche se alcuni dicono che non fosse italiano. E se veramente avesse vinto o no Marco non lo ha svelato. "Ma da allora", ha continuato con un sorriso di fierezza,"gli stranieri non possono partecipare". E' qualcosa di più di un senso di appartenenza ad un campanile. "Solo noi possiamo conoscere la nostra montagna. Da giovani ci andavamo con le pecore tutti i giorni. Noi non potevamo avere paura di abbandonare le gambe nella corsa. Conoscevamo ogni sasso".E poi la vittoria. Il paese intero intorno al vincitore portato a spalla come l'eroe. E si sa, l'eroe non può essere lo "straniero". Oggi tra gli alberi e la boscaglia del monte Ardinghi c'è un tricolore dipinto proprio sulla terra. "E' da lì", ci ha detto Marco, "che parte la gara degli zingari". I colori della patria a dire che si è italiani. Un simbolo che sembra un ricordo, non troppo importante. Perché le parole di Marco sembrano dire: qui siamo a Pacentro."Vedete quel trattore?", ha chiesto Marco alla fine della chiacchierata. "La porta accanto è casa di mia madre. A settembre venite che siete miei ospiti. Anzi, ad aprile potremmo mangiare l'agnello".

Ci ha aperto la sua casa, senza voler sapere neppure i nostri nomi. Marco ha raccontato la sua storia, o meglio, la sua Pacentro. Quella che in passato era popolata da tanti pastori, come lui. Gente semplice, con valori rudi e forti come le loro mani. Visi scavati dal freddo e dagli anni. Più vecchi della loro età. Legati alla terra, più che alle loro donne. Ma veri.

Per Marco anche noi eravamo"Stranieri" e  ci ha accolti con grande generosità. Come ospiti, appunto, di una terra che ci tiene a far sapere, però, che non vuole altri eroi se non i suoi.