Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Dalai Lama, “il Tibet non perda la speranza”

Marianna Gianforte

Un "inferno in terra". Questo è ancora oggi il Tibet, cinquant'anni dopo la fuga del Dalai Lama e dei suoi seguaci attraverso l'Himalaya. È un Dalai Lama preoccupato e triste, sorprendentemente duro verso il governo di Pechino, quello che ricorda l'anniversario della sommossa anticinese del 10 marzo 1959.

Da Dharamsala, la cittadina dello Stato indiano dell'Himachal Pradesh, dove vive in esilio da mezzo secolo, il leader spirituale dei Tibetani parla di "abissi di sofferenza e miseria" a cui sono costretti i Tibetani. Risalgono solo a due giorni fa le proteste che si sono concluse con l'arresto, da parte della polizia cinese, di 109 monaci del monastero di Lutsang, nella provincia di Qinhang. Verranno sottoposti a "ri-educazione politica", solo una delle tante misure straordinarie adottate da Pechino per scongiurare, in vista dell'anniversario della fuga del Dalai, eventuali disordini anti-cinesi. Fra i provvedimenti eccezionali messi in essere dal governo, c'è anche il divieto di ingresso ai visitatori stranieri in circa un quarto della Cina. Sempre il 9 marzo la polizia cinese ha fermato, e rilasciato dopo tre ore, due giornalisti italiani, al confine con il Tibet; tra i fermati, il corrispondente di Sky Tg24 Gabriele Barbati.

Ieri la tensione in Tibet e nelle province circostanti è rimasta alta, esacerbata dalla massiccia presenza militare, dai controlli, dai posti di blocco, dall'assedio ai monasteri, scoraggiando di fatto le proteste dei monaci, in altre parti del mondo ci sono state manifestazioni a sostegno della causa tibetana. Oltre a Dharamsala, iniziative si sono registrate anche a Dehli, Taiwan, New York, Katmandu, Canberra e Londra.

Per il Dalai Lama i monaci devono "prepararsi al peggio", ma alla folla riunita ieri vicino al tempio di Tsuglang Khang ha detto "in Tibet la giustizia prevarrà". I monaci non devono perdere la speranza che il Tibet riesca finalmente ad affermare la "genuina autonomia" che chiede a Pechino da 50'anni.