Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Cinquant’anni di inferno

Michele Tozzi

“Il Tibet è stato trasformato in un inferno in terra”. Il Dalai Lama parla da Dharamsala, India, dove è in esilio dal 10 marzo del 1959.

 “Questi cinquant’anni hanno portato indicibili sofferenze al paese e al popolo”, continua il leader spirituale buddista nel giorno che ricorda la data più triste, nella storia moderna, del suo popolo. Il giorno in cui, cinquant’anni fa, i tibetani fallirono la rivolta anti-cinese e la regione fu attaccata dal governo nel suo distretto più importante, Lhasa.

I tibetani, allora, scapparono attraverso l’Himalaya, la catena montuosa più imponente dell’Asia, e il Dalai Lama si rifugiò in India, dove risiede ancora, dove propone ancora alla Cina “una genuina autonomia” e non “la completa indipendenza”. Ma sono cinquant’anni esatti che la Cina rifiuta, e che considera i tibetani “criminali, meritevoli di morte”, o di rieducazione politica – motivo dell’arresto, giorni fa, di un centinaio di abitanti della regione sudoccidentale.

In fondo, quel che il Dalai Lama vorrebbe è l’applicazione, anche per il Tibet così come è successo con Hong Kong, della teoria “un paese due sistemi”. E per il cinquantenario dalla violenta repressione della rivolta, milioni di persone, in tutto il mondo, hanno partecipato a manifestazioni in favore della causa tibetana.