Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Uccide a fucilate il figlio con disturbi psichici

Barbara Gambacorta

"Volevo uccidermi, ho imbracciato il fucile per farlo poi non ricordo cosa sia successo". Questa è la versione fornita stamattina al gip da Vincenzo Raimondo, il pensionato di 77 anni accusato dell'omicidio del figlio Giuseppe, ucciso ieri mattina a Campli (Teramo) nel suo letto. L'anziano ieri si era rifiutato di parlare davanti al magistrato dopo una parziale confessione davanti ai carabinieri che lo avevano fermato, poco dopo l'accaduto, mentre vagava per le vie del paese nei pressi della fermata di un autobus. L'agricoltore ha anche raccontato del clima estremamente teso che regnava in famiglia per via dei problemi di salute del figlio maggiore. «Si viveva sempre con il terrore dei suoi atti di violenza - ha spiegato - se la prendeva con tutti, la vita era diventata invivibile in casa».

IL DRAMMA. Una palazzina in un piccolo comune della provincia teramana, due colpi di fucile e una famiglia distrutta. Questo lo scenario in cui si è consumato ieri questo ennesimo dramma familiare in cui ha perso la vita Giuseppe Raimondo, 37 anni, ex vigile urbano con problemi psichici per mano del padre Vincenzo, agricoltore in pensione. Secondo la ricostruzione del pm, Davide Rosati, i due, intorno alle 7, hanno fatto colazione insieme e Giuseppe, dopo aver preso gli psicofarmaci, è tornato a letto. Poco dopo, il padre ha impugnato il fucile e è entrato nella camera del figlio, puntandoglielo contro: due colpi, il primo al torace, il secondo alla testa. In casa c'era anche la madre, Maria Teresa Caporale, mentre il fratello Gabriele, 33 anni, laureato in giurisprudenza, era uscito poco le 7 per andare alla prima messa del mattino, come faceva tutti i giorni. Il corpo di Giuseppe è rimasto a terra, in una pozza di sangue e il padre, dopo aver lasciato il fucile, una Beretta calibro 12, è uscito di casa. Prima, però, ha frugato nei cassetti del figlio e preso tutti suoi risparmi, 825 euro. Forse, suppone, il pm, con l'intenzione di scappare in preda alla disperazione. Una circostanza confermata dal che l'uomo è stato rintracciato dalla polizia, poco dopo, proprio vicino alla fermata dell'autobus. A dare l'allarme è stata la moglie che è scesa in strada gridando e in cerca di aiuto. In pochi minuti tutto il quartiere si è svegliato e ha scoperto l'orrore che si è consumato nell'appartamento dei vicini.

LA FAMIGLIA. Una famiglia tranquilla, così viene considerata in paese quella dei Raimondo: la signora Maria Teresa è originaria di Campli mentre il marito è un agricoltore siciliano in pensione, tornato a vivere con la famiglia da 8 anni ma ancora ufficialmente residente a Castelbuono, in provincia di Palermo. Il figlio minore, Gabriele, dopo la laurea è alla ricerca di un lavoro ed è un ragazzo molto religioso, tanto che al momento del delitto si trova nel Duomo di Campli, chiesa che frequenta con assiduità. Giuseppe, invece, viveva da diversi anni a Mariano Comasco, in provincia di Como, doveva lavorava come vigile urbano. Ed è proprio lì, a chilometri di distanza dalla famiglia, che si era verificato un episodio che aveva palesato i disturbi psichici del giovane e probabilmente incrinato e compromesso il rapporto col padre. Quindici giorni fa Giuseppe Raimondo aveva fatto irruzione in una scuole elementare con fare minaccioso in cerca di una maestra di cui si era invaghito: per questo le autorità locali avevano deciso di sottoporlo ad un trattamento sanitario obbligatorio e così Giuseppe era tornato a casa dai genitori e messo in cura presso la Asl di Teramo, per il disturbo bipolare di cui soffriva. Il problema psichico del ragazzo e la sua costante depressione erano alla base continue liti con il padre, forse incapace di comprendere fino in fondo e gestire la condizione di disagio del giovane.

LA CONFESSIONE. Quando è stato fermato dai Carabinieri Vincenzo Raimondo vagava per le vie di Campli e non ha opposto nessuna resistenza. "Ma mio figlio è morto?" ha chiesto al maresciallo e poco dopo, in caserma, ha ammesso le sue colpe con poche parole: "L'ho dovuto fare". Una confessione che nasconde tutta la disperazione dell'uomo per la condizione del figlio, tornato a casa poche settimane prima, senza lavoro e con problemi psichiatrici. Un peso forse troppo grande per un uomo anziano, un uomo del Sud, arrivato in Abruzzo proprio per dare ai figli la possibilità di costruirsi un futuro. E a quel futuro, troppo problematico, Vincenzo Raimondo ha messo la parola fine con due colpi di fucile. Gli è stato convalidato il fermo di polizia giudiziaria e il giudice sta decidendo sulla richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla difesa, sulla quale ha espresso parere negativo il pm Davide Rosati. L'uomo è accusato di omicidio volontario aggravato premeditato. Ha pianto mentre assisteva al conferimento dell'incarico per l'autopsia e ha chiesto di essere presente. L'immagine di Vincenzo Raimondo che troneggia nelle pagine dei giornali locali è quella di un uomo rassegnato e distrutto, mentre esce dalla caserma dei carabinieri con le mani in tasca e a passo lento, con un berretto di lana calato sul viso. Come un sipario che si è chiuso, tragicamente, sulla sua vita e su quella dei suoi cari.