Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

L'Italia non è un Paese per giovani. Urge ricambio

Fabiana Pellegrino

L'Italia non è un Paese per giovani. Si lavora dai trentacinque-quarant'anni, ci si afferma professionalmente dai 50 ai 60. Il primo rapporto del Forum Nazionale dei Giovani e del Cnel, in collaborazione con Unicredit Group, parla chiaro: "Urg! Urge ricambio generazionale - Primo rapporto su quanto e come il nostro Paese si rinnova".

PRECARIO UN UNDER-35 SU DUE - "Incertezza, disoccupazione, bassi salari sono tre dei principali fattori di disagio con cui i giovani guardano al problema del lavoro", dice il presidente del Cnel Antonio Marzano. Oltre un collaboratore su due ha meno di 35 anni. Secondo l'Istat, il 73,1% dei giovani che alla fine del 2006 erano assunti con un contratto di collaborazione, a distanza di un anno erano ancora nella stessa posizione.

RETRIBUZIONI PIU' BASSE - Lavori meno importanti, retribuzioni più basse. Se nel 2003 il guadagno medio lordo di un giovane d'età compresa tra i 24 e i 30 anni - si legge nel rapporto - era di 20.252 euro, rispetto ai 25.032 euro percepiti dagli over50, nel 2007 il divario si è significativamente ampliato. Agli under-30 vanno poco più di 22 mila euro contro i quasi 30 mila dei 51-60enni.

DISOCCUPATI - Aumenta anche la disoccupazione giovanile. Tra il 2006 e il 2007 sono stati oltre 200 mila i giovani inattivi. A questi si aggiungono 430 mila giovani che nel 2006 erano in cerca di prima occupazione e l'anno successivo sono risultati inattivi.

LA CLASSE DIRIGENTE INVECCHIA - Da un'analisi condotta sulla banca dati del Who's who (il database dei top manager pubblici e privati) risulta un sensibile aumento dell'età delle classi dirigenti italiane: si è passata da una media di 56,8 anni a una di quasi 61 (60,8 anni). Un sistema di potere che invecchia di anno in anno, quello italiano, in tutti gli ambiti: anche i neoparlamentari hanno un'età media di 51 anni. Dal 1992 a oggi i deputati under35 non hanno mai raggiunto la soglia del 10% degli eletti alla Camera, fatta eccezione per la XII Legislatura (nella quale costituivano il 12,4%). Infatti negli anni '90 sembrava essersi instaurata, almeno nel Parlamento, una dinamica favorevole ai giovani, ma nell'attuale decennio si è decisamente interrotta. E quindi i giovani dai 25 ai 25 anni, che costituiscono il 18,7% della popolazione maggiorenne, hanno una rappresentanza pari solo a un terzo dell'incidenza effettiva sugli elettori.

LE PROFESSIONI - Il rapporto analizza alcune professioni in particolare. Si comincia dal mondo accademico. Tra i professori ordinari l'età media è di 59 anni, la metà dei professori di prima fascia ha superato i 60 anni e circa 8 docenti su 100 (7,6%) hanno compiuto i 70 anni. L'età media dei professori associati è di 52 anni, e quella dei ricercatori è di 45. Solo il 3,4% di chi ottiene un dottorato di ricerca, infine, ha meno di 28 anni. Anche nelle libere professioni la situazione non migliora. Il giornalismo, la medicina, l'avvocatura e il notariato hanno tempi di accesso lunghissimi. Per i più stage, tirocini gratuiti e condizioni di estremo precariato o sotto-occupazione di susseguono senza soluzione di continuità fino a oltre 40 anni. Qualche esempio: l'età media dei praticanti giornalisti è di 36 anni. I medici con non più di 35 anni sono poco meno del 12%, mentre i 35-39enni, rispetto a 11 anni fa, sono diminuiti del 13,8%. Mentre gli avvocati, pur iscritti all'albo, sono costretti per anni e anni a un ruolo umiliante di garzoni di bottega, e tra i notai due su dieci sono figli d'arte.

ALTRO CHE BAMBOCCIONI - "Il quadro che emerge non è incoraggiante - osservano gli autori del rapporto - e lo spaccato della gioventù italiana è permeato da una forte sicurezza individuale e sociale: i giovani italiani, seppur capaci e meritevoli, a fatica riescono ad affermarsi professionalmente e ad emanciparsi dalla propria famiglia prima dei quarant'anni. Non a caso si è andata affermando una nuova categoria sociale: quella dei giovani-adulti. Né tanto meno i giovani italiani sono nelle condizioni di poter incidere sulle scelte politiche, economiche e sociali della nazione, essendo esclusi da tutti i cosiddetti circuiti del potere".