Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

La storia di Ana, romena, da 6 anni a Pescara

Stefano Buda

 “Arrivai a Pescara nel 2003”, racconta Ana Voicu, 44 anni, collaboratrice allo sportello immigrati della Cgil, “trovai lavoro nella cucina di uno stabilimento balneare dove, lavorando 17 ore su 24 sette giorni su sette, guadagnavo 120 euro a settimana”. Gli occhi marroni sono tesi e duri, quelli di una che ne ha viste tante, ma il sorriso è dolce e aperto, pronto a dare fiducia. “Per due settimane dormii nella stazione, insieme ai barboni”, continua Ana, “poi finalmente si liberò un posto alla Caritas, dove alloggiai solo per qualche tempo, visto che chi aveva un lavoro non poteva restare”. La città da cui proviene è Craiova, 1.700 chilometri a est di Pescara, vicino al confine con la Bulgaria. In patria lavorava la terra a mezzadria: “Il 20% degli utili era per i proprietari, ma le cose andavano bene lo stesso. Poi un’annata particolarmente piovosa ci mise sul lastrico, il governo non ci diede alcun aiuto e io scelsi di lasciare il paese”.  Oggi la Voicu ha un impiego stabile, nel campo delle pulizie, e ha potuto ricongiungersi con i suoi due figli. “Un maschio e una femmina”, confida con orgoglio, “per far sì che terminassero il liceo mi sono logorata per quattro lunghi anni, senza riposare le domeniche, senza mai fare una vacanza, smagrendo fino a diventare carne e ossa e andando incontro a varie crisi depressive”. Prima doveva mantenere due case.

Ora che tutta la famiglia è a Pescara, può finalmente respirare. Ma le difficoltà non mancano. “Mio figlio lavorava nell’edilizia e recentemente è rimasto senza lavoro per la crisi del settore”, dice, “mia figlia, cercando impiego come cameriera, in due casi si è sentita rispondere che non la prendevano perché romena: avrei voluto denunciarli, ma alla fine ho pensato che era inutile”.

E’ una donna normale, Ana, con gli stessi problemi di migliaia di cittadini italiani. Eppure contro i romeni tira una brutta aria. Per buona parte dell’opinione pubblica sono quelli che stuprano, rubano, uccidono, si prostituiscono e smerciano droga. Sono insomma i nuovi mostri. “Ma quando c’è stata la strage di Erba, cosa avrei dovuto fare ?”, chiede candidamente, “avrei forse dovuto avere paura ad entrare nelle case degli italiani ?”. E’ contrariata ma non serba rancore. “Gli italiani in parte li capisco”, prosegue, “io stessa quando vivevo nel mio paese ero razzista con certi popoli, mentre oggi mi rendo conto che sbagliavo, che accanirsi contro gli altri, sulla base di una diversa provenienza geografica, è assurdo”. La Voicu ce l’ha invece con la politica e con i media. “Ci fanno passare per un popolo di criminali”, sottolinea sfoggiando un italiano impeccabile, “giornali e televisioni spettacolarizzano per vendere, ma non siamo né un popolo di prostitute, né un popolo di stupratori”. Il tono della voce sale. “Il 95% dei miei connazionali”, dice, “qui a Pescara fanno le badanti, le donne delle pulizie, i muratori, tutti lavori che la maggior parte della gente del posto non vuole fare”.   

Claudio è di Montesilvano e si occupa di editoria. Conosce molto bene la Romania, che visita regolarmente da 20 anni. Ha conosciuto Ana in Abruzzo. “Ha ragione, il suo è veramente un paese di gente per bene, con uno spirito di accoglienza che noi italiani ce lo sogniamo”, rimarca, “da loro però le leggi si rispettano, mentre da noi ognuno può fare impunemente quel che vuole”. E aggiunge: “quei pochi delinquenti macchiano la riputazione di tutta questa gente splendida, andrebbero espulsi al primo reato commesso”. Ma la signora non ci sta, scuote la testa. “Anche noi siamo cittadini europei, perché dobbiamo essere trattati diversamente, perché con noi ci vogliono leggi speciali?”. Si accalora: “in Romania un italiano ha ucciso moglie, figlia e suocera. E’ finito in galera, la televisione ne ha dato conto senza dare tanta importanza alla sua provenienza, e voi italiani continuate ad essere rispettati e ben accolti”.

Ana è preoccupata. A Roma ci sono state diverse aggressioni ed episodi di intolleranza contro i romeni. In provincia, però, le tensioni si attenuano. “A Pescara sto benissimo, ho stretto amicizia con persone straordinarie, che mi vogliono bene e si fidano di me”, tiene a precisare, “anche se in qualche caso ti senti umiliata”. Prende fiato e spalanca gli occhi. “Giorni fa, sull’autobus, mi sono trovata tra due persone che parlavano di quei cazzo di romeni che ci rubano il lavoro e che sono tutti criminali”, ricorda con un velo di amarezza, “stavo per dire la mia, avrei voluto spiegarmi, ma ho preferito lasciar perdere”. Indugia qualche secondo e conclude: “in fondo è normale”.

“E’ evidente e crescente l'incidenza della discriminazione e delle violazioni dei diritti umani fondamentali nei confronti degli immigrati in Italia, un paese in cui persistono razzismo e xenofobia, anche verso richiedenti asilo e rifugiati”. Questo è uno stralcio di quanto è scritto nel rapporto dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), l’agenzia dell’Onu secondo cui l'Italia manifesta un comportamento senza precedenti per un paese europeo democratico, perché contravviene alla convenzione 143 sulla parità di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti. Se anche le vittime dell’ignoranza e del luogo comune sono assuefatte all’inciviltà che dilaga nel paese, è il segnale che forse l’Onu non ha tutti i torti. Eppure l’Italia è un paese di emigranti. “Cosa sarebbero stati gli Stati Uniti senza italiani ?”, chiede Ana a tutti noi, “siamo una ricchezza per la vostra nazione, lasciateci contribuire a far crescere il vostro paese”.