Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

La mia amica di Teramo non vedrà più i suoi vicini

Pamela Di Ovidio

TeramoOre 3.32, è la notte di lunedì 6 aprile: non ho mai sentito una scossa sismica di questa portata, inizio a chiamare disperatamente i miei che sono nella stanza a fianco. La manciata di secondi più terrificante della mia vita. Il mio pensiero vola immediatamente all’Aquila, un’ora da Teramo. Da una settimana e - più sporadicamente - da mesi, il capoluogo era interessato da quotidiani terremoti di lieve entità che, comunque, avevano messo in allarme tutto l’Abruzzo. Sciame sismico, lo chiamano. Senza riflettere, compongo i numeri dei miei amici aquilani che vivono o studiano lì. Nessuna risposta. Poi, dal pc - chi a Roma, chi a Pescara - riusciamo ad avere notizie: sono sfollati però stanno tutti bene. Immediatamente, in tutto l’Abruzzo si crea una grande mobilitazione per prestare soccorso a quanti possano averne bisogno. A Teramo e provincia gruppi di volontari hanno allestito centri di raccolta di generi di prima necessità mentre continua un incessante susseguirsi di elicotteri che trasportano feriti provenienti dai luoghi disastrati verso l’ospedale “G.Mazzini”. Tutta la struttura è stata messa a loro disposizione, così come il lavoro di medici e infermieri, ininterrottamente scandito dall’arrivo di tante anime disperate. Poteva essere fatto qualcosa? Di certo non si chiedeva di evacuare un’intera città. Ma dopo mesi di sismi e una settimana ininterrotta di paura, forse si pretendeva di essere più pronti e organizzati per evitare, almeno in parte, uno sfacelo di queste proporzioni. “La più grande tragedia del millennio”, l’ha definita Bertolaso la notte del 6 aprile 2009, quando il mondo sembra essersi come fermato mentre la Terra continuava ad agitarsi.«La casa di Sara e Michele era a 200 metri dalla mia ed è completamente sbriciolata. Non mi rispondono, sto perdendo le speranze», racconta Serena, studentessa di Infermieristica all’Università dell’Aquila che scampata per miracolo per miracolo al disastro. «Martedì avevo un esame, stavo studiando, quando il mio amico Gaspare, vedendo la bella giornata di domenica mi chiede di andarci a fare un giretto a Teramo per salutare i miei. All’inizio ero riluttante ma poi, fortunatamente, ho cambiato idea». È visibilmente provata racconta quasi incredula le ore precedenti al terremoto. «Dovevamo ripartire in serata per L’Aquila - spiega - ma poi all’ultimo ho preferito rimandare alla mattina successiva. Quando è arrivata la scossa pensavo fosse solo un sogno. Ho aperto gli occhi e mi sentivo quasi immobilizzata nel letto. Da lì è stato un lampo immaginare L’Aquila rasa al suolo». Da una settimana ormai erano tutti in preda al terrore, ma le scosse si succedevano da dicembre, ormai. Nonostante il timore, stavano diventando routine.«Le mie coinquiline hanno fatto appena in tempo a fuggire mentre le mura della nostra casa iniziavano a crollargli addosso. L’ospedale dove facevo il tirocinio è quasi sprofondato. Si tratta di una struttura nuova e, a detta di tutti, anti-sismica. I fatti hanno dimostrato il contrario e ora anche tutti i nostri sforzi di studio sono stati buttati al vento». Dopo aver raccolto la sua testimonianza torno a casa. Passano un paio di ore, mi arriva un sms: Sra non ce l’ha fatta, di Michele non si hanno tracce. Un’altra notte è trascorsa, la prima per tutte quelle persone che sono rimaste senza una casa e che hanno perso tanti affetti. E durante la notte, molte altre scosse e notizie, alcune tragiche, altre di speranza. Come quella del ritrovamento di Marta, giovane studentessa teramana, estratta dalle macerie. Ma ad aumentare la drammaticità di quest’incubo infinito, ci pensano gli sciacalli che lanciano allarmi fasulli, spaventando un’intera città. Così, fino a poco fa, mi trovavo per strada, insieme a tanti teramani che hanno abbandonato le loro abitazioni, spinti dalla paura di un’imminente e terribile scossa. «Falso allarme», urlano gli altoparlanti della polizia per tutto il quartiere. Ma intanto quegli sciacalli hanno toccato un nervo scoperto. Quando finirà tutto questo?

(pubblicato sul quotidiano Liberazione)