Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Ho perso due amici e una casa

Alessandro Tettamanti

Alle tre e trentuno sto dormendo sul divano, completamente vestito, la torcia e il telefonino a portata di mano.  Poche ore prima, alle 23, una forte scossa mi ha convinto che questa notte potremmo perdere la casa. Da dicembre conviviamo con il panico del terremoto, lo sciame sismico non accenna a diminuire. Anzi. Ecco perché molti miei vicini hanno deciso di dormire in macchina per precauzione, portandosi giacche e coperte. Io, mio padre e mia nonna, invece, restiamo qui, al secondo piano di una palazzina nel quartiere Pettino, a tre chilometri dal centro storico.  Alle tre e trentadue uno scroscio terribile, passo dal sonno alla veglia urlando, apro la porta di casa, una nuvola di polvere e calcinacci mi investe, scendo le scale, il portone inizialmente non si apre, poi riesco ad uscire. Panico. Panico. Panico. Vedo i mattoni staccarsi letteralmente dai muri. Per venti secondi la terra trema, rientro in casa e porto al pianterreno mia nonna novantenne in braccio, la sistemo nel mio furgoncino, si addormenta. Fa freddp, pochi gradi sopra lo zero.Una scena di guerra: centinaia di persone per le strade, piangenti, gridano. Guardo il mio condominio: non è crollato, ma è inagibile. Un forte odore di gas ovunque, polvere. Attorno alcune palazzine sventrate, posso vedere le camere da letto, il bagno. Molti vicini di casa prendono la macchina, vogliono scappare, non credo sia una buona idea, in pochi minuti le strade della città sono preda di un traffico congestionato.Sposto la macchina verso l’imboccatura della via, lontano dalle palazzine. Mio padre protesta: vorrebbe rimanere sotto casa, lo convinco che tutto è perso. O quasi.Un amico dell’Ansa mi conferma che in città si contano molti morti. Il mio pensiero va agli amici che abitano in quelle case antiche del centro storico, studenti che pagano un affitto alto in appartamenti poco sicuri. Penso con rabbia che tutti sapevano della pericolosità di quegli edifici lasciati dagli aquilani agli universitari, per lucro. Pochi avevano voluto fare una ristrutturazione seria, nonostante gli allarmi. Nessuno li ha evacuati, nessuno ci ha avvertito.Alle otto lascio mio padre e mia nonna: partiranno verso la provincia di Chieti per passare la notte a casa di parenti. Salgo velocemente le scale del palazzo, sfondo la porta a calci e prendo maglie, coperte, documenti, soldi. Il resto forse non lo troverò. Mi incammino verso le vie principali con la macchina fotografica, so che la casa dello studente è crollata. L’Aquila è irriconoscibile, via Sallustio e via Roma hanno cambiato connotati, palazzi sbriciolati e le squadre di soccorso al lavoro. Soltanto il giorno prima godevamo del sole di primavera, ora il cuore si stringe, la mia città distrutta e desolata. Le linee telefoniche al collasso, non posso chiamare i miei amici, mi arrivano sms che mi confermano: sono vivi. Altri rimangono in silenzio, sono le tre del pomeriggio e non so dove siano finiti. Gli aquilani si sono radunati nelle piazze principali, lontani dagli edifici. So che molti hanno raggiunto il piazzale di un centro commerciale in periferia e aspettano, all’aperto. Continuano le scosse di terremoto, piccole ma insistenti, ogni cinque minuti traballo.Sono a casa di mia sorella e del marito a Pizzoli, verso Teramo. Mangio qualche cosa, la palazzina è rimasta in piedi, nella zona si sono registrati pochi danni. Vedo passare le autobotti dei vigili del fuoco, vorrei aiutare a scavare nelle macerie ma non ho il materiale adatto, le scosse potrebbero far crollare gli edifici pericolanti. Torno all’Aquila, per le strade incontro amici, ci abbracciamo forte. Poi arriva la notizia tremenda: Andrea e Sbetta sono morti, non avevano nemmeno trent’anni, sono rimasti sotto le macerie di una casa a Onna dove avevano passato il weekend. Non riesco nemmeno a parlare. Prendo il furgoncino con Pierluigi, vaghiamo per le periferie della città, stanno arrivando i pullman che porteranno centinaia di persone negli alberghi sulla costa adriatica e verso Roma. Le tendopoli della protezione civile sono già allestite, e funzionano. Puoi bere un té caldo e mangiare un piatto di pasta o ricevere una coperta per la notte. Nessuno dormirà nella propria casa, l’intera città si è riversata nelle strade e capisco che ci vorranno un mucchio di soldi per ricostruire tutto. E tanto tempo.Sono le sette della sera e piove. Piove forte. Non ci voleva. Io e Pierluigi abbiamo deciso che questa notte dormiremo nel furgoncino, sceglieremo un piazzale laperto, lontano dagli edifici. La sua casa è rimasta pressoché intatta ma non si fida, e io non potrei certo dormire a casa di mia sorella che deve ospitare i parenti sfollati di mio cognato. Non riuscirei a dormire tra quattro mura e un tetto sulla testa, per ora non posso. Ho paura.