Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Napolitano:"rischio autoritarismo". Perchè adesso?

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Fabiana Calsolaro

Alla Biennale della democrazia a Torino Napolitano difende la Carta fondamentale dello Stato e, con un riferimento a Bobbio, ammonisce: l'ingovernabilità non giustifica un'evoluzione autoritaria del potere."È del tutto legittimo politicamente" modificare la Costituzione per rafforzare i poteri del governo e di chi lo presiede rispetto al Parlamento e al potere giudiziario, ma solo "sulla base di motivazioni trasparenti e convincenti". Non solo: secondo il Capo dello Stato bisogna tenere conto che i poteri dell'esecutivo sono stati già rafforzati indirettamente modificando i regolamenti parlamentari, facendo maggior ricorso ai decreti legge e al voto di fiducia, riducendo il numero di gruppi parlamentari e rafforzando il vincolo governo-maggioranza. Non si può, poi, dimenticare che esistono dei limiti costituzionali che "non possono essere ignorati nemmeno in forza dell'investitura popolare, diretta o indiretta, di chi governa".È chiaro che la riflessione di Napolitano sul difficile rapporto tra Parlamento e Governo è un richiamo a Berlusconi, così come ribadire l'attualità della Costituzione, che non può essere definita "una specie di residuato bellico", è una risposta alle recenti frasi del premier.

Su molti giornali, questa mattina, ci si è interrogati e si è data risposta al perché dell'altolà di Napolitano. La domanda non è perché, ma perchè adesso. Il discorso prende il via da mesi di rapporti piuttosto tesi tra il Quirinale e Palazzo Chigi, ultima cicatrice, si legge sul Corriere, la lettera in cui Napolitano avvertiva Berlusconi che, in merito al terremoto, non poteva accettare provvedimenti d'urgenza che svuotassero i poteri del Capo dello Stato. E poi c'è la ferita recente e non ancora rimarginata del caso Englaro. C'è poi, nella denuncia del rischio di evoluzioni autoritarie, anche un riferimento alla debolezza e alla confusione all'interno del Pd, incapace, in queste condizioni, di fare una vera opposizione.Questi i perché. Ma perché adesso? Le sorti del Pd, in fondo, sono apparse deboli e incerte già dalla sua fondazione, e il caso Englaro non è di ieri e il tempo per fare polemica c'è stato. Forse Napolitano aspettava l'occasione, ma il Capo dello Stato non deve certo aspettare la Biennale della democrazia per poter dire ciò che pensa.Allora perché adesso? Perché adesso è il momento di mettere in guardia, proprio adesso che Berlusconi e il governo toccano l'apice del consenso e della popolarità, grazie anche, forse soprattutto, al terremoto. Non tutti, avrà pensato il Presidente, sono in grado di capire certe manovre, non perché i cittadini siano stupidi, ma perché chi le fa è incredibilmente furbo. E allora serve qualcuno che spieghi certe cose e lanci l'allarme, e chi meglio del Capo dello Stato, rappresentante dell'unità nazionale e garante della democrazia?Berlusconi è il politico della comunicazione, "l'uomo degli annunci" rassicuranti cui, però, bisogna verificare se seguiranno i fatti (come avvertiva Fassino nell'ultima puntata di Ballarò). Tutti lo sanno ma non sempre ciò che questo implica è immediatamente trasparente e comprensibile, non sull'onda dell'emotività. Non è il politico della comunicazione perché ha Mediaset, ma perché lui è comunicazione, il suo modo di fare politica è comunicazione.

Per l'Abruzzo dei terremotati Berlusconi non è stato solo il presidente, è stato un padre, che rassicura, che dice che presto tutto finirà. In fondo, continuava Fassino "un malato, dal medico, vuole sentirsi dire che guarirà". È un bisogno umano. Ecco perché l'altolà di Napolitano non è un offesa: a volte, non è per incoscienza, né per ingenuità che non si può vedere oltre, ma per il bisogno umano di sperare e credere a chi dice che andrà tutto bene, fosse anche solo una voce in mezzo a un coro. Ecco perché adesso: perché una tragedia rende la gente più "debole", più vulnerabile nel profondo, più disposta a fidarsi di chi è lì, pronto a rassicurare, a sdrammatizzare con le sue celebri figuracce, così misurate e a proposito che a volte sembra che di gaffe abbiano realmente ben poco. Ci si fida di chi ti fa sentire importante quando più ne hai bisogno, di chi è all'Aquila quasi ogni giorno da quel 6 aprile, e tiene lì il Consiglio dei ministri, proprio oggi, e propone di spostare lì anche il G8. Per carità, nessuno può spingersi fino all'affermare che sia tutta strategia: una volta all'Aquila, qualsiasi manovra propagandistica sarebbe passata in secondo piano per qualunque stratega politico davanti alle macerie di gente orfana della sua casa, orfana della propria vita. Ma quando senti chi da sempre votava a sinistra e non perdeva occasione per bastonare il premier sulle sue celebri gaffe dire "però...che presidente! Quasi quasi lo voto" diventa tutto più chiaro, anche la politica della comunicazione, che riesce a fare di un terremoto una campagna elettorale che fa alzare il consenso e conquista i voti di quella fetta di elettorato che non è solo quella indecisa ma anche quella delusa da una sinistra inconcludente. Ecco perché adesso, perché il potere più importante, più penetrante è, oggi, quello della comunicazione, e se nella costante guerra della comunicazione il vincitore è sempre lo stesso, c'è chi comincia a sentire un odore pericoloso: quello dell'autoritarismo in nome dell'ingovernabilità. Ecco perché adesso.

Scriveva pochi giorni fa Francesco Piccolo sull'Unità, riferendosi alle polemiche sulla recente puntata di Annozero che "quindici anni di berlusconismo hanno prodotto un pensiero pericoloso e piatto, che è il seguente: tutti coloro che sono antiberlusconiani, stanno dalla stessa parte (...) E in questi anni ognuno di noi ha imparato a solidarizzare con un sacco di persone che non gli piacciono (...) E allora siamo costretti a essere tutti uguali, senza distinzione. Se Santoro fa una puntata violenta e poco condivisibile sul terremoto, se Vauro disegna vignette volgari, non importa, poiché sono sotto attacco del nemico, bisogna per forza stare dalla parte loro. E quello che ti piace per davvero, non conta più". È vero, Berlusconi ha diviso l'Italia in due: quelli con lui e quelli contro di lui. Già questo è un appiattimento delle coscienze pericoloso, per cui le differenze interne a una parte e all'altra si annullano in nome dell'amore o dell'odio per il leader o per il nemico numero uno. Se si aggiunge una straordinaria capacità comunicativa capace di invadere la sfera individuale di ciascuno non si può non pensare ai tratti caratterizzanti dei totalitarismi della storia contemporanea. Un problema ancora più grande nasce quando questa straordinaria capacità comunicativa riesce a pescare proseliti di là: gli antiberlusconiani non sono tutti uguali, ci sono quelli che cambiano idea, e sono sempre di più.