Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Migranti abruzzesi di successo

Stefano Orlando Puracchio - Evelina Frisa

La storia di Costantino Conte è un doppio incrocio tra vecchio e nuovo mondo. I suoi genitori si trasferirono nel 1920 da Lettomanopello - paese del pescarese alle pendici della Majella - a Barre, nello stato americano del Vermont. Pur essendo nato negli Stati Uniti Costantino, classe 1929, continua ad amare il suo Abruzzo tanto che da tempo ha una sua pagina Internet (www.laroccalulett.com/AbruzzeseSongs.html) dove è possibile scaricare canzoni tradizionali da lui interpretate con l’ausilio di un organetto. Conte è molto fiero del suo retaggio abruzzese.                         L’attaccamento all’Abruzzo di Conte gli è stato trasmesso tramite la musica dal padre, lavoratore alle miniere di granito di Barre. “Mio padre suonava l’organetto, - dice Conte - ma suonava anche ‘lu tambure’ e l’organo. Però a me ha insegnato a suonare solo l’organetto. Quando ero piccolo me ne ha comprato uno a bottoni, di quelli buoni”. Un padre illuminato che, sebbene comprendesse l’importanza dell’integrarsi nella cultura statunitense, non voleva che in famiglia si perdesse il legame con la terra d’origine. E così è stato. Conte: “A casa nostra mio padre ha sempre detto che quando vado a scuola devo imparare l’inglese ma a casa si parla l’italiano”.    Per una trentina d’anni, Conte ha avuto “lu business” di un’auto officina e successivamente ha svolto anche l’attività d’insegnante. Ma la sua passione è sempre stata la musica. “Ho suonato per gente che si sposava, ai compleanni, per i miei parenti durante le feste”, dice Conte lasciando trasparire felicità e soddisfazione nel suo racconto. L’incontro più strano - e forse anche il più gratificante - lo ha avuto casualmente utilizzando Internet. “Navigando alla ricerca di canzoni italiane, ho visto un nome, Sara Addario. Noi eravamo parenti a certi Addario ed allora ho pensato di scriverle. Neanche 10 minuti e mi ha risposto. E si, erano gli Addario che stavo cercando”. Da questo primo scambio di e-mail è nata poi la pagina web di Conte che, inserita all’interno del sito di Sara Addario e Bonnie Rulli, aiuta gli italoamericani abruzzesi delle zone di Lettomanoppello e Roccamorice ad entrare in contatto con le proprie radici.    Antonio Ciccone, invece, si sente canadese, tanto che preferisce essere chiamato Tony. Le sue origini sono radicate nell’aquilano, ma dall’età di sei anni si è trasferito con i genitori dall’altra parte dell’Atlantico. In Canada è cresciuto, ha studiato ed è diventato un buon avvocato, esercitando la professione fino a quando ha deciso di rientrare in Abruzzo.          Si parlava italiano anche in casa Ciccone, una famiglia emigrata in Canada con il preciso scopo di raggiungere una certa serenità economica per poi tornare in Italia. “Mio padre faceva il muratore”, racconta Tony. “Mia madre era invece una sarta. L’esperienza canadese è stata faticosa, ma lo stare in un ambiente dove vivevano anche altri abruzzesi li ha aiutati a integrarsi”.             Dal suo pensionamento Tony è “tornato” in Abruzzo. Un ritorno che è caratterizzato, però, da sentimenti di scoperte più che di conferme. Una terra, la sua, più da conoscere che da preservare. Gli abitanti del paese lo chiamano “l’americano”, sia per il suo accento che per i suoi modi. Non si sente neanche lui abruzzese, ma con gli anni ha compreso che il legame con le terra è una forza ancestrale che va oltre ogni definizione. I ricordi legati all’Abruzzo che aveva lasciato da bambino sono quasi assenti. La sua vita comincia col l’arrivo al porto di Halifax, in Canada, dove sbarcò, assieme ad altri migranti dalla nave “Lucania”. “Ricordo le donne piangere all’arrivo: le autorità canadesi sequestravano gli alimenti che si erano portate di nascosto. Salsicce, prosciutti e uova. Mia madre però, da donna intelligente, non si era portata nulla. Era l’unica che non piangeva”. Lo sguardo di Tony si accende con queste ultime parole sfoderando un sorriso sornione nascosto parzialmente dal suo pizzetto bianco.