Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Il ddl che cambia gli atenei

Francesca Rapposelli

Un luglio persino più bollente di quanto segni il termometro, per l'università italiana. In tutto il paese i ricercatori protestano contro il disegno di legge 1905 del 2009, promosso dal Ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini che afferma: entro l'estate la riforma avrà l'approvazione del Senato. Ma cosa accadrà quando il ddl Gelmini sarà applicato? Uno dei fondamenti della riforma è il cambio dei finanziamenti alle Università pubbliche. Le più virtuose avranno fondi, le altre no. Il Ministero fissa obiettivi e indirizzi che ogni Ateneo, pur in autonomia, dovrà raggiungere. Qualora questo non avvenisse, e i risultati conseguiti non fossero soddisfacenti per i criteri ministeriali, i soldi non arriveranno. Con conseguente ulteriore peggioramento di didattica e servizi per gli studenti. Via libera alla semplificazione amministrativa. Il rettore nominerà i membri del Consiglio di Amministrazione, principale organo di potere, elettivo fino ad ora. I componenti saranno 11: lo stesso rettore, un rappresentante degli studenti (l'unico eletto), cinque docenti e almeno quattro esterni all'università. Soppressa la carica del Direttore Amministrativo, al posto del quale arriva il Direttore Generale. Una sorta di manager, anche questo scelto dal rettore, col compito di gestire il personale tecnico-amministrativo. Il Senato Accademico resterà elettivo, ma perderà ogni potere decisionale. Oltre all'efficienza e all'efficacia le Università saranno valutate anche in base alla semplificazione che saranno riuscite ad attuare: quelle «valevoli - così recita il decreto - secondo criteri e parametri definiti con decreto del Ministro, su proposta dell'Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca)» saranno premiate con l'entità dei finanziamenti. La questione più controversa del ddl Gelmini sono i tagli al Fondo Ordinario per le Università (Ffo). Molti atenei, già gravati dalla diminuzione dei finanziamenti all'istruzione dell'ultimo anno, subiranno un'ulteriore perdita. Per evitare il totale dissesto economico potranno ricorrere a tre soluzioni: 1) La trasformazione in fondazioni private, che finanzino l'attività didattica; 2) la fusione tra più università, con l'obbligo di mobilità del personale da un ateneo all'altro; 3) la proclamazione del dissesto finanziario. In questo caso, qualora l'università non riuscisse a tornare in pareggio entro cinque anni, sarebbe commissionata dal Ministero. Una prospettiva equivalente a quella del fallimento. Le intenzioni della Gelmini non abbandonano i premi agli studenti meritevoli e privi di mezzi. Sebbene i fondi per il diritto allo studio, che assicurano le borse ai migliori, siano stati tagliati, lo Stato propone un'alternativa. Un fondo di merito, che assicura prestiti "d'onore", sul modello americano, da restituire parzialmente dopo aver raggiunto il traguardo della laurea. Il risultato è la trasformazione dell'università italiana in un sistema "feudale": aziende, condizionate dai poteri locali, in concorrenza tra loro per accaparrarsi la fetta più consistente di finanziamenti.