Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

From Gang Bang to stand up comedy

Giuseppe Ciliberto & Maria Cristina Nanni, special guest Rino Feliciani

1. Gang Bang di Chuck Palahniuk

Cassie Wright, regina del porno vicina alla pensione, vuole passare alla storia battendo il record mondiale di gang bang con 600 uomini per poi morire durante le riprese (da cui il titolo originale "Snuff"). Cassie vuole fare della sua perfomance un cult-movie per lasciare una cospicua eredità al figlio concepito sul set e dato in adozione. Le oltre 200 pagine scritte da Chuck Palahniuk, noto al grande pubblico per Fight Club, raccontano l'attesa dei tre volontari N° 137 (un attore Tv caduto in disgrazia), N° 72 (un ragazzo convinto di essere il figlio della Wright), N° 600 (un pornodivo che ha iniziato Cassie alla sua carriera e padre del figlio dell'attrice), inframmezzata dai commenti sprezzanti di Sheila, assistente di produzione e factotum della sacerdotessa del porno. L'occhio del lettore si muove tra i diversi personaggi e le loro storie nascoste dietro fondotinta e abbronzature posticce, in uno stanzone in cemento illuminato da maxi schermi che proiettano i film della Wright ("La caricano in 101", "Il codice Da Spingi", "Molto calore per Ulla"). Un libro offlimits per i benpensanti e che non soddisfa la sete di colpi di scena dei fedelissimi di Palahniuk, ma che diverte e fa riflettere. Dura giusto il tempo di scandalizzare chi siede accanto a voi sulla metro, chi sentendo parlare del boogie pensa alla musica blues e non alle notti hot di Hollywood. 

2. Boogie nights 

Chi invece con la mente va a quest'ultime, potrebbe imbattersi in uno dei film più riusciti di Paul Thomas Anderson, Boogie Nights. In questo lungometraggio, il regista di Magnolia racconta la storia di Eddie Adams, diciassettenne superdotato, che vede il mondo a luci rosse come occasione di riscatto per sfuggire ad un padre assente e ad una madre possessiva, e diventa una star col nome d’arte di Dirk Diggler. Per Dirk, ma anche per il suo mentore Jack e gli altri compagni di lavoro (menzione speciale per Rollergirl e per lo sceneggiatore) la pornografia dona le chiavi per accedere al sogno americano, per conquistare armonia, affetto, popolarità, ricchezza e possibilità di esprimere il proprio talento, in un peculiare ma comunque funzionale modello di aggregazione e familiarità. Questo tema si lega al passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta: “è uno spartiacque – afferma il critico Luca Perotti -  che diventa emblematico dell’evoluzione barbarica che la società americana vive sulla falsariga del cambiamento epocale avvenuto nel mondo della pornografia, ovvero la sostituzione dei film in pellicola con il più  conveniente uso del supporto video. Il mondo del cinema a luci rosse diventa dunque metafora ideale che rispecchia la trasformazione di una società permeata dall’intolleranza, dalla violenza e da una considerazione del sesso associata al sopruso e alla frustrazione al posto di una visione solare e generosa dello stesso”.

3. The Beach Boys 

Nella (ottima) colonna sonora di Boogie Nights è presente un gruppo che il 31 dicembre del 1961 a Long Beach, per il ballo in memoria del compianto Ritchie Valens, si esibiva per la prima volta in pubblico. Il quintetto di belle speranze si chiamava Beach Boys e nessuno allora poteva immaginare che avrebbe riscritto le regole della musica pop del Novecento. All’inizio Brian Wilson e i suoi compagni d’avventura vennero associati a bikini, surf, spensieratezza, ma si capiva che c’era qualcosa in più, pronto a fiorire nel disco capolavoro della band, Pet Sounds (1966). "Voglio realizzare il più grande album rock di tutti i tempi", disse il musicista californiano e tirò fuori mille magie dal suo cilindro compositivo per quello che fu definito come una sorta di concept sulla fine della giovinezza e sull'inevitabile caducità della bellezza.  Da ” Wouldn't It Be Nice" a “Caroline, no” una serie di classici senza tempo, decisamente innovativi per l'epoca.  Brian però pretendeva ancora di più. Sentiva molto la rivalità con i Beatles e non voleva che la gente pensasse ai Beach Boys come “ai primi dopo il gruppo inglese”. Iniziò dunque a lavorare ad un disco sperimentale, “Smile”, ma si trovò in preda ad una crisi mentale ed emotiva culminata in un esaurimento nervoso condito da droghe e strane cure psicanalitiche, che lo fecero allontanare dalla band (che senza di lui naufragò in opere mediocri) e rischiarono di portarlo alla completa pazzia. Invece, è il caso di dire per una volta che il rock’n’roll salvò l’anima. Wilson lentamente si riprese e nel 2004, dopo 37 anni, portò a compimento il progetto “Smile”, che fu ottimamente accolto da pubblico e critica.  Nel periodo “buio” della sua vita molte sono le stravaganze raccontate sul suo conto. Ad esempio, si dice scoppiasse a piangere ogni volta davanti alla Tv guardando il telefilm “Flipper”.

4. Il delfino Flipper

Un delfino orfano con un’intelligenza superiore alla media che lega con il mondo degli uomini al punto da diventare il “Lassie acquatico”. E’ questo il profilo di "Flipper", il tursiope protagonista di tre pellicole (1963, 1964 e 1996) e due serie televisive (1964 – 1967 e 1995 – 2000). Nel primo film, Flipper è un cucciolo di delfino, orfano e ferito, che viene adottato da Sandy Ricks, figlio di un pescatore delle Florida Keys, arcipelago dell’oceano atlantico a sud est degli Stati Uniti d’America. La successiva serie televisiva modifica l’ambiente, trasformando il villaggio di pescatori in un centro di ricerca marina e “aggiunge” a Sandy un fratello minore, Bud.  Gli 88 episodi televisivi, mostrano le avventure di Flipper nella sua quotidiana convivenza con Porter, Sandy e Bud.  Peripezie che hanno affascinato migliaia di giovani telespettatori, anche grazie alle meravigliose evoluzioni acrobatiche del delfino. Il ruolo di Flipper venne recitato da 5 delfini addestrati negli anni ‘60 da Ric O’Barry, divenuto poi fervente attivista dei diritti animali. Nel 2009 O'Barry ha preso parte al film documentario "The Cove" (premio Oscar 2010 come miglior documentario), diretto da Louie Psihoyos , che denuncia la mattanza dei delfini a Taiji, in Giappone. In un’intervista rilasciata al NyMag, O’Barry racconta l’episodio che lo ha spinto ad abbandonare l’attività di addestratore. Nel 1970 si recò a far visita a Kathy, una femmina di delfino che aveva recitato il ruolo di Flipper ed ora viveva in una “vasca - pensione” in Florida, ormai lontana dalle luci dello star-system.  O’Barry racconta che Kathy si lasciò morire tra le sue braccia, con lo sguardo rivolto verso il fondo della vasca, smettendo volontariamente di respirare. Il suicidio di un delfino?

5. Carlo Michelstaedter

απεσβησθεν (“Io mi spensi”),questa la parola greca che Carlo Michelstaedter (1887 – 1910) scrisse sulla copertina della sua tesi di laurea in Filosofia, “La persuasione e la Rettorica”, affiancandola con il disegno di una lampada ad olio. Filosofo, scrittore, poeta ma anche pittore e disegnatore, Michelstedter morì suicida a 23 anni, pochi giorni prima della dissertazione della sua tesi. La sua opera ha sfondato l’orizzonte della giovane età in cui è maturata e si è imposta come un classico del pensiero Europeo del ‘900. Nella sua tesi di Laurea, Michelstaedter prende a spunto la tradizione filosofica greca di Parmenide, Eraclito, Empedocle per sviluppare una riflessione teorica, che richiama da vicino Nietzsche e Schopenhauer, sulla lotta tra la ricerca del pieno possesso di sé, della Persuasione (“La via della persuasione non è corsa da omnibus, non ha segni, indicazioni che si possano comunicare, studiare, ripetere...La via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che ti è dato”, da “La Persuasione e la Rettorica,a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1999, p. 77) e la ricerca di un posto in quello che Hegel avrebbe chiamato lo Spirito del Tempo e che Michelstedter chiama la Rettorica (“Tu t’informi ai concetti, ai modi, al sistema, entri nel metodo delle classificazioni, delle definizioni, o in quello più raffinato delle superazioni, e lavori; per questo tuo lavoro che t’è dato, nelle vie battute dagli altri per questo tu sapendo e non sapendo: saprai, o altri sapranno per la tua fatica”, Ivi pag. 76). L’uomo anela a qualcosa d’altro, in lui opera una volontà di vita che è terrorizzata dal non poter raggiungere la vita, come spiega Pierandrea Amato, “Mai possiamo smettere di volere perché siamo uomini e l'uomo vive in/di questa mancanza, se fosse colmata e la volontà placata la vita dell'uomo non sarebbe.” L'uomo deve accettare il suo destino, e non temere la morte, solo così potrà recuperare la salute. Michelstaedter lo ribadisce nella sua opera "Dialogo della salute", scritta mentre lavorava alla stesura della tesi di laurea. Il pensatore goriziano sembra così collegarsi all'analitica esistenziale che Martin Heidegger svilupperà pochi anni più tardi nell'opera "Essere e Tempo"

6. Il re della stand up comedy

E’ di tutt’altro registro il dialogo sulla salute del comico, attore e sceneggiatore statunitense George Carlin che in un celebre sketch prende di mira la fobia per le malattie e l’ossessione per l’igiene. Religione, Stato, valori, convenzioni sociali: lo humor nero di Carlin non salva nessuno. "Il  dovere di un comico - dice - è scoprire quali sono i limiti imposti e superarli deliberatamente". Una filosofia che agli inizi della carriera gli costa l’arresto. L’accusa è di aver violato la legge sul pubblico decoro con lo sketch “Sette parole sconce che non potrai mai pronunciare in Tv” presentato al Summerfest di Milwaukee. Davanti all’irriverenza di Carlin si arrendono anche i tribunali. Pur riconoscendo l’oscenità del linguaggio usato i giudici lo assolvono e gli permettono di replicare la sua performance. Il caso è chiuso e per Carlin si aprono le porte della notorietà. La sua comicità non conosce crisi (indimentcabili i suoi monologhi sulla bontà di Dio e sulle cose che abbiamo in comune) e nemmeno l’avanzare dell’età scalfiscono il suo sarcasmo. In “It’s bad for Ya!” ritroviamo un Carlin 71enne piegato dagli anni nel fisico, ma non nello stile, sempre caustico e sfrontato. Nel 2008 il John F. Kennedy Center for the Performing Arts comunica al "professionista della  commedia" che gli verrà assegnato il premio alla carriera Mark Twain Prize 2008. Una settimana dopo Carlin muore per un attacco cardiaco. Per l’occasione il canale Usa HBO trasmette una maratona di 24 ore sugli spettacoli del re della commedia, secondo in Usa solo a Richard Pryor.  Non si è mai riso così tanto dopo un funerale.  

 

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