Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Non si può spiegare il passato. Intervista ad Adriana Faranda

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“E sorridevi e sapevi sorridere dei tuoi vent’anni portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans”. In questa frase di Guccini non c’è l’immagine dei vent’anni di Adriana Faranda. Dicono fosse bella e determinata, non ingenua né spensierata. Rinunciò al ruolo di madre, per aderire alla lotta armata. Oggi a parlare con lei si prova una sensazione strana. Ha un tono discreto, piacevole. Ride, si mostra serena. Fa pause lunghe quando deve raccontare la sua militanza nelle Brigate Rosse. Dice che non è facile spiegarlo e cerca esempi, episodi. Sempre, dalle sue parole viene fuori l’immagine di chi oggi si sente una donna prima di tutto.

Adriana Faranda, si considera una donna di sinistra?

Si e mi consideravo tale anche quando essere di sinistra significava abbracciare una serie di valori che erano in crisi. Quando nutrivamo il desiderio di giustizia sociale, solidarietà, vita comunitaria. Anche oggi essere di sinistra può voler dire le stesse cose seppur filtrate da un’evoluzione ideologica. Noi avevamo anche un certo integralismo, tendevamo all’omologazione. Oggi invece essere di sinistra vuol dire anche credere in una valorizzazione delle differenze.

Perché le donne faticano a trovare spazio nella politica?

Non sono in grado di dare un giudizio da specialista, ma credo che la politica sia un mondo molto maschilista, proprio per come concepisce i comportamenti. La competizione, la ricerca della preminenza, l’individualismo del leader sono caratteristiche molto più vicine agli uomini. Le donne sono per natura poco aggressive, inclini alla cooperazione, alla ricerca di caratteristiche comuni, allo scambio. E tutto ciò è poco funzionale alla politica, perciò una donna vi trova spazio solo se rinuncia alla sua componente femminile e si omologa agli uomini.

Qual’era il ruolo delle donne nelle Br? Era uno svantaggio non essere uomo?

C’era una parità formale, visto che le donne potevano avere gli stessi ruoli degli uomini. Non c’era una discriminante di principio, non c’erano preclusioni e veniva anche rispettata la percentuale dei componenti, ma spontaneamente. Quello che non trovava posto era il punto di vista femminile. Non si poteva affermare il proprio modo di essere. Potevi essere ascoltata solo se ragionavi da uomo. Per una donna era più difficile entrare nella forma mentis delle Br.

Che vuol dire?

Vuol dire che il modo di ragionare delle Br guardava solo all’obiettivo. E non c’era alternativa al raggiungimento di questo, non era concesso alcun cedimento. Le donne per natura e per sensibilità invece spesso considerano altri aspetti. Se una donna provava a porsi, usando punti di vista non esclusivamente politici, il dialogo andava in crisi. Si doveva parlare di politica da uomo, affrontando i problemi frontalmente. Si poteva ragionare solo per rapporti di forza, cosa più incline ad un uomo che ad una donna.

E’ per questo che alcune donne esercitarono maggior autocritica nelle scelte violente delle Br?

Si, noi donne non siamo mai state convinte che non ci fosse alternativa alla distruzione. Pensavo che non avesse portato a nulla, il problema era costruire e quest’ aspetto non veniva mai considerato.

La scelta della lotta armata comportava delle rinunce. Pensa che il sacrificio fosse identico per un uomo ed una donna?

No, io ero una madre. Ad un uomo costa meno rinunciare alla paternità e anche un figlio piccolo soffre meno dell’assenza del padre. Una volta un compagno mi disse: “tu sei la migliore di tutte, perché hai avuto il coraggio di venire con noi, anche se avevi una figlia”. Mi ferì, perché per lui era un punto di merito, una medaglietta, invece per me era un dolore. In quel momento capii che non avrei mai potuto parlare di ciò con loro. Avevo ventisette anni, oggi sono una nonna. Non sono mai riuscita a trovare una giustificazione per mia figlia. Non si può trovare una spiegazione per il passato, un figlio non capirebbe mai.

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