Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Anne Nivat reporter di guerra

Anne Nivat
Alessandro Tettamanti

 

Se non siete certi di che senso abbia fare i giornalisti, siete delusi di come vanno le cose in redazione, demotivati dal mondo dei media e dal suo funzionamento, parlate con Anne Nivat e vi ricorderà il senso di fare il/la giornalista.

In un momento in cui la guerra in Iraq è praticamente oscurata, dato il disinteresse che le testate mondiali hanno a mandare sul campo i propri giornalisti e le uniche immagini che arrivano sono quelle dell’esercito o di giornalisti che sono con esso, Anne come qualcun’altra/o sua/o collega non vuole rinunciare a raccontare la guerra stando dalla parte di chi la vive e la subisce.

Incontro Anne nell’ambito del festival internazionale, appunto, del giornalismo arrivato alla sua seconda edizione in quel di Perugia. Alla fine di un bellissimo incontro denominato “donne sui fronti di guerra”, per molti aspetti diverso dagli altri leggermente più vocati all’autocelebrazione, la chiamo dalla platea del teatro dove ci troviamo e lei si mostra disponibilissima a rilasciare l’intervista:

Anne come hai iniziato a fare la reporter di guerra?

Completamente per caso. Con il mio diploma universitario in scienze politiche mi ero specializzata nelle questioni russe. Per questo abitavo a Mosca quando la guerra in Cecenia iniziò.

Non potevo riuscire a rimanere lì dov’ero. Per me era evidente, logico andare in Cecenia per iniziare a fare questo lavoro. Una volta arrivata non mi è stato più possibile uscire perché è questa la guerra. La guerra è qualcosa di complesso e imprevedibile e che dura un sacco di tempo.

Dunque sono arrivata in Cecenia nel Settembre 1999 e sono ripartita a fine Gennaio 2000. Sono stata dunque cinque mesi di seguito in Cecenia e ho capito che dovevo ritornarci assolutamente per fare questo lavoro, per fare da intermediario tra le persone che si trovano sul posto e il pubblico.

In seguito, dopo l’11 settembre 2001 questa specie di trauma globale, ho capito che bisognava continuare a fare la stessa cosa in altri paesi: in Afghanistan e in Iraq ed è quello che faccio oggi.

È possibile raccontare la verità in guerra?

La verità è qualcosa di relativo, per me non c’è verità, non c’è oggettività, queste sono stupidaggini. C’è la soggettività del giornalista stesso ed io rivendico questa soggettività. Io penso che bisogna essere in tutti i luoghi di guerra per raccontare la guerra con tutti i dettagli in modo che il pubblico possa farsi una sua opinione. Sono contro la propaganda dell’esercito americano o l’esercito russo, e sono contro la propaganda degli stessi giornalisti che per restare al sicuro rimangono a casa loro perché non hanno il coraggio di andare sul campo. Questo per me è un disastro. Mi rende triste il fatto che oggi il sistema mediatico mondiale sia molto omologato. Io sono uscita da questa omologazione per continuare a lavorare come posso che significa semplicemente di scrivere di ciò che vedo

Dove ti ha portato il tuo coraggio e fino dove pensi possa portarti?

Il mio coraggio mi porta dove vado e dove voglio andare. Per me non è uno sforzo andare in Iraq, è un piacere. Mi piace andare in Iraq, mi piace andare in Afghanistan mi piace andare in Cecenia. Il libro che ho scritto, che si chiama “Baghdad zona rossa” e che uscirà in Italia senza dubbio alla fine di quest’anno, mostra che è possibile lavorare in Iraq oggi, ma bisogna volerlo. Bisogna voler essere fuori dai circuiti mediatici e credo sia questo il vero coraggio. E’ il coraggio di non essere stipendiato da un giornale, è il coraggio di fare delle cose originali, ed è questo che vorrei che i giovani giornalisti facessero oggi. Per me è questo il vero coraggio! Non è di andare in Cecenia o in Iraq è di lavorare fuori dal sistema mediatico.

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