Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Stefano Trasatti direttore dell'agenzia "Redattore Sociale" di L. Dolce

Lorenzo Dolce

Dallo scorso 11 novembre i lanci pubblicati quotidianamente nel notiziario DiReS, frutto della collaborazione tra l'Agenzia giornalistica Dire (Canale Welfare) e l'Agenzia Redattore Sociale, non contengono più la parola "clandestino" riferita a persone immigrate. L'iniziativa, voluta fortemente anche dal gruppo ‘'Giornalisti contro il razzismo'', prevede inoltre che siano evitati altri termini, come ad esempio ‘'extracomunitario''. I giornalisti di queste testate ritengono che tali parole siano sintomo di xenofobia e razzismo, perche' annullano completamente l'individualita', l'origine e le caratteristiche di ciascun migrante.

 

Stefano Trasatti, direttore di Redattore Sociale, come siete arrivati a questa decisione?

‘'L'estate scorsa si e' iniziato ad usare la parola clandestino ripetutamente, dandole una connotazione criminalizzante degli esseri umani. Si e' parlato di reato di clandestinita' e ha cominciato a consolidarsi l'equazione immigrato uguale clandestino, clandestino uguale delinquente e quindi immigrato uguale delinquente. Abbiamo riflettuto e ci siamo detti che la clandestinita' non esiste nella condizione umana''.

 

Quali termini, in base ai diversi contesti, verranno usati per sostituire la parola ‘'clandestino''?

‘'Ne esistono molti piu' appropriati: persone, uomini, donne, immigrati, stranieri, richiedenti asilo, lavoratori... . A seconda del contesto c'è sempre un sinonimo''.

 

Come mai si e' scelto di evitare anche il termine ‘'extracomunitario''? In che modo puo' essere considerato offensivo?

‘'Extracomunitario e' una parola burocratica bruttissima. Non dimentichiamo che un buon numero degli immigrati presenti in Italia e', in realta', comunitario. Il termine e' stato utilizzato per creare una distinzione tra gli stranieri che vengono dall'Unione Europea e quelli che vengono da fuori. Si tratta, pero', di confini stabiliti dagli uomini, confini che non possono connotare una persona. Un migrante e' tale sia se e' francese o americano, sia se viene dal Congo o dall'Ucraina''.

 

Il linguaggio delle altre agenzie e dei giornalisti che utilizzano tali termini puo' essere considerato ‘'scorretto'' nei confronti degli stranieri irregolari?

‘'Molto spesso si'. Il termine clandestino viene usato con molta leggerezza e con una volonta', spesso non cosciente, di identificare queste persone come qualcosa di diverso, di pericoloso, qualcosa di cui aver paura. Il ruolo dell'informazione e' estremamente delicato in quanto puo' condizionare l'atteggiamento delle persone, generare psicosi e rafforzare stereotipi. Se si usano termini offensivi si fa un cattivo servizio sia alla crescita dell'opinione pubblica, che ai clandestini stessi, i quali non hanno nessun potere nel determinare la loro rappresentazione sui media.Per un'agenzia di stampa, che fornisce l'informazione di prima mano, di base, e' importante la ‘pulizia' del linguaggio. E' una questione di rispetto. I clandestini, prima di tutto, sono persone: hanno un nome e un cognome. Dobbiamo a loro lo stesso rispetto dovuto a tutti coloro che vivono in Italia''.

 

Il linguaggio dei mezzi di comunicazione puo' contribuire a generare un clima di diffidenza e di ostilita' nei confronti di intere etnie, come e' accaduto, ad esempio, per i Rom in seguito all'omicidio di Giovanna Reggiani?

‘'Il modo in cui vengono trattati i Rom e' spesso vergognoso, sono considerati gli ultimi tra gli ultimi. Ogni notizia che li riguarda e' scritta abbandonando qualsiasi cautela e dando voce ai peggiori pregiudizi che il giornalista dovrebbe invece tenere sotto controllo. Notizie di cronaca nera sono riferite con una leggerezza che sarebbe evitata se i protagonisti fossero italiani o stranieri di un altro tipo. La comunicazione e' responsabile di una parte di quell'atteggiamento di ostilita' e di rifiuto abbastanza diffuso nei loro confronti''.

 

Redattore Sociale e' da sempre attenta al linguaggio. In che modo arrivate a prendere decisioni sui termini da usare?

L'agenzia nasce all'interno della comunita' di Capodarco, quindi la matrice non e' puramente editoriale. Alla base c'e' l'esperienza delle comunita' di accoglienza italiane che gia' utilizzano un linguaggio particolare. Nel connotare le aree tematiche di cui ci occupiamo, siamo stati attenti fin dall'inizio. Il linguaggio e' in continua evoluzione e ci sono sempre decisioni da prendere; in ogni settore del disagio sociale si potrebbe fare una riflessione, a partire dalla prostituzione, dal trattamento dei minori e dalle adozioni. E' un dibattito in movimento che a mio parere non va arrestato perche' si correrebbe il rischio di utilizzare termini ‘stanchi', non piu' appropriati e qualche volta scorretti''.

 

L'obbiettivo di Redattore Sociale e' anche quello di affrontare tematiche sociali in maniera differente?

‘'La nostra e' un'agenzia un po' strana. Essa compete con le altre agenzie: e' quotidiana, in abbonamento e vende il suo lavoro ogni giorno. Ma e' nata con uno spirito di servizio, per dare notizie corrette, aggiornate e scritte in modo professionale, senza scopo di lucro''.

 

Quali sono i criteri di selezione delle notizie?

‘'I criteri sono quelli che appartengono a tutte le testate quotidiane. La nostra linea editoriale, pero', e' quella di trattare il sociale e non la societa'. Ci dedichiamo, infatti, ai fenomeni del disagio sociale, dell'associazionismo che se ne occupa e che anticipa sia i problemi che le risposte. Tutto questo utilizzando un linguaggio che sia il piu' possibile adeguato''.

 

Come vi rapportate alle fonti e in particolare a quelle politiche?

‘'Cio' che ci distingue dalle altre testate e' proprio il rapporto con le fonti, che e' molto cauto, nel senso che non c'e' il palazzo tra quelle privilegiate. Cerchiamo fonti piu' ‘fresche', sul territorio, individuando esperti che non siano sempre gli stessi, dando la parola a quelle associazioni che nascono o che operano da molto tempo e agli operatori degli enti pubblici''.

 

Il presidente della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), Roberto Natale, ha ricordato di recente la nascita della Carta di Roma (il protocollo deontologico che la Fnsi e l'Ordine dei Giornalisti hanno recentemente varato, condividendo le sollecitazioni dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) che indica la necessita' di adottare termini giuridicamente appropriati e propone a tutti i giornalisti italiani un mini-glossario. Crede che il vostro esempio verra' seguito?

‘'Natale, che e' personalmente impegnato su questi temi, ha usato parole molto belle per la nostra iniziativa. La ‘Carta di Roma' e' una carta di principi molto ampi e impossibili da non condividere. A renderla effettiva sara' l'osservatorio su media e immigrazione che la Fnsi e l'Ordine stanno mettendo in piedi. Se avra' gambe, mezzi e un'indipendenza per monitorare l'evolversi dell'informazione, allora sara' una bella sfida, altrimenti quelli della Carta resteranno solo nobili intenti''.

 

Lorenzo Dolce