Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo

Festival di Torino tra cinema, cronaca e ideologie

Augusta Maranci

Sono quasi tutte storie di affetti quelle in concorso a Torino, storie "senza una vera trama", ma costruite attorno alla vicenda di un singolo, che, dopo aver subito eventi esterni (la morte di un figlio, un divorzio, etc...) sceglie la famiglia come rifugio per non trovarci sostegno. Piacciono da sempre al direttore del festival, Nanni Moretti, gli spazi casalinghi della quotidianità, la sua filmografia assomiglia ad un album di foto di famiglia. Da Io sono un autarchico a Caos Calmo (in cui Moretti è solo attore) il regista non ha mai smesso di dare risalto ai legami affettivi. Rapporto madre-figlio, moglie-marito colpiti dalla perdita di un figlio, padre-figlia resi più forti dalla morte della donna di casa. E in questa edizione del festival c'è tutta l'ispirazione artistica del suo direttore. Demain di Maxime Giroux (Canada), Momma's Man di Azazel Jacobs (Usa) e poi ancora film sloveni o americani costruiti attorno a un protagonista segnato e sfinito da eventi esterni, spesso familiari, che sceglie di chiudersi in se stesso, "senza portare avanti una vera e propria trama", accusa la critica e rischiando "di perpetuare un cinema d'autore autoreferenziale che sembra escludere l'intelligenza dello spettatore". Ma non c'è nessuno del pubblico che rischi di essere offeso per poca considerazione, perché la maggior parte dei titoli in concorso a Torino non troverà distribuzione in Italia. A Natale sceglieremo ancora Vanzina, anzi ci costringeremo ad apprezzare Vanzina (ammesso che uno ci riesca) perché spesso non vi è alternativa.

Tra un'opera prima impegnata e l'altra, però, il Torino Film Festival è stato anche un'occasione per far sfoggio dei grandi nomi del cinema e un pretesto per buttarla sulla politica. Dopo aver aperto le danze con W di Oliver Stone, il film in cui Josh Brolin interpreta un Bush "smarrito", leste erano giunte le polemiche di chi vedeva nella scelta di Moretti la volontà di portare avanti le proprie ideologie politiche, aldilà dei pregi dell'opera di Stone. Poi il Pdl ha messo in discussione la scelta esterofila del festival: "nessun film italiano in concorso - dicevano - è una scelta sbagliata". Infine c'è stato il dramma di Rivoli e l'irruzione degli studenti al grido di "vergogna, vergogna" durante la proiezione di Berlinguer ti voglio bene. Il patron Moretti non s'è irritato per lo spettacolo disturbato, anzi s'è schierato con i ragazzi, non per ideologia, ma "perché - ha dichiarato - sentiva l'esigenza di condividere il lutto, che è anche il nostro". Oggi il Festival torna ad essere motivo di dibattito. Al centro della questione non il merito o (demerito) artistico della manifestazione, ma l'incarico di Moretti che sembra destinato a essere in balia dei risultati elettorali. Ma ogni tanto non sarebbe il caso di parlare anche di cinema?